Tabù liberi tutti. Da De André a Oriana Fallaci, un viaggio a piedi nudi alla scoperta dei pregiudizi e delle proibizioni di un’Italia passata e presente. Perché tra muri ancora da abbattere e calcinacci da evitare, il proibito resta un elemento caratterizzante del nostro Paese, un collante pericoloso che unisce chi aravamo e chi vorremmo essere.

Giulia Toninelli racconta per il numero otto di ‘O Magazine i tabù di ieri e di oggi.

“Camminiamo incerti per le strade di questa Italia che si muove veloce ma rimane sempre un po’ uguale a sé stessa, passeggiando sui cocci di una mentalità che è cambiata e che ci ha cambiati.

È nata così, in bilico tra passato e presente, la generazione inadatta di un Paese pieno di muri da abbattere e detriti da schivare.

In tutta questa incertezza sorge la consapevolezza di avere a disposizione una strada a tratti spianata, ripulita con grande fatica da chi ha avuto la forza di distruggere barriere che oggi non esistono quasi più. Vicoli puliti e strade ricostruire su cui marciano, con gloriosa determinazione, i protagonisti dei Gay Pride, le attiviste femministe, i sostenitori di cortei antirazziali.

In un passato non così remoto la Terra del buon cibo e dei grandi artisti era infatti dominata da un bigottismo capace di stritolare progresso, emancipazione e integrazione. Tabù così radicati nella cultura italiana da segnarne per sempre la storia e modificarne la mentalità. E mentre il grande mito della famiglia tradizionale costringeva a disumani matrimoni riparatori, pubbliche esposizioni del lenzuolo nuziale e gerarchie famigliari ben delineate, i tabù andavano a intaccare tutti i tessuti sociali, escludendo quasi naturalmente chiunque non volesse o non potesse farne parte.

Sotto l’occhio attento di un Dio giudice – da sempre reinterpretato, ridimensionato, rindirizzato – i diversi si sono fatti portatori di un macigno spesso troppo grande, zittiti da tutti quei tabù che oggi non riusciamo nemmeno a concepire, menomati ma in gran parte pronti a combattere per sfidare un silenzio pieno di contraddizioni.

«Dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo» scriveva e poi sussurrava De André, tra i primi coraggiosi capaci di condannare i condannatori dello spirito, difendendo i condannati. Una critica aspra alle istituzioni dello Stato e al super potere religioso ma soprattutto un canto per dare voce all’emarginato, al personaggio zittito perché fuori contesto, diventato finalmente protagonista. Che si trattasse di un blasfemo – come in questo caso – di una prostituta o di un uomo mandato a morire in guerra, il cantautore genovese ha saputo raccogliere i semi rivoluzionari degli anni ’70, correndo sulle macerie di una Italia da sdoganare, senza dimenticare nemmeno un centimetro di una penisola complessa e diversa in ogni suo centimetro geografico.

Un lavoro immensamente criticato nel suo presente e altrettanto glorificato nel nostro futuro, che ha unito simbolicamente chiunque abbia almeno tentato di abbattere un muro o abbia sentito il dolore pungente dei cocci aguzzi di bottiglia sotto ai piedi, nudi e stanchi…”.

E il finale? Sul numero otto di ‘O Magazine.

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