Scusa Babbo Natale, voglio crederti ancora

Scusa Babbo Natale, voglio crederti ancora. E a Babbo Natale si crede tutto l’anno, anche quando Natale è passato.

È una magia quella raccontata da Sonia Caira sul numero nove di ‘O Magazine.

Sapete dirmi qual è il giorno più atteso da circa il 99,9% dei bambini di tutto il mondo? Natale.
Natale: ghirlanda sulla porta, che ormai avrà perso tutte le pigne e tutti i nastrini; pigne e nastrini che mia madre si ostina ad incollare ogni anno con la colla a caldo, come se portasse sfortuna comprare una ghirlanda nuova.
Natale: angioletti, con ali già in dotazione, che però non usano e stanno a mezza altezza grazie ad un filo, legato con un doppio nodo alla ringhiera delle scale.
Natale: renne, a cui manca sempre almeno una zampa e che riescono a stare in piedi, per merito di un’altra renna che fortunatamente non è zoppa.
Natale: luci colorate, che colonizzano le ringhiere dei balconi e che per tutto l’anno restano lì, solo che non te ne accorgi, perché sono spente.
Forse quando sono accese servono per fare strada al povero Babbo Natale di stoffa, che da anni tenta di arrampicarsi su per la grondaia: «Babbo, ma non sarebbe stato più semplice mettere una scala? E poi scusami, ma tu non entravi dal camino?».
Natale: albero di Natale, definito “finto”, perché da sempre contrari alla deforestazione, o forse perché avere il salotto invaso da aghi di pino poteva diventare una situazione scomoda.
Luci ad intermittenza incastrate tra i rami, accese anche di giorno, come se in casa nostra non arrivassero le bollette.
I colori scelti per le palle di Natale e per la punta dell’albero si alternavano di anno in anno: palle color oro, punta rossa; palle color argento, inevitabilmente, violando la mia libertà di parola e di pensiero, punta blu. L’aria natalizia fa sì che nella mia casa ci sia poca democrazia.
Cosa mi resta ad oggi del Natale?
L’idea che far cambiare abitudine a mia madre è una guerra persa in partenza.
E sotto l’albero, non c’era mai niente?
Ricordo di un regalo e lo ricordo come se lo avessi ricevuto ieri e come se ci avessi giocato fino a tre minuti fa.
Si tratta del villaggio dei bimbi sperduti di Peter Pan, o forse era la Jolly Roger del Capitan Uncino.
Peter Pan, il bambino che non voleva crescere.
Capitan Uncino, il pirata con i baffi impomatati e la permanente.
Ricordo bene, era solo per fare scena.
Ricordo che c’era una foresta e per quanto gli alberi fossero di plastica, riuscivo ad immaginare dei buchi nelle cortecce, che facevano da casa agli scoiattoli.
Ricordo delle capanne in legno e delle case sugli alberi; quelle erano le casette dei bimbi sperduti.
Ricordo un ponticello in legno, che collegava due grossi alberi, i quali servivano da vedetta.
Nessuno poteva predire, né immaginare, il tempo in cui il capitano potesse arrivare con il suo degno marinaio Spugna e tutta la ciurma al seguito, sull’isola che non c’è.
Il Capitan Uncino però, mi viene da pensare che non fosse solo il cattivo della situazione; forse, al contrario del bambino che non voleva crescere, che aveva paura di crescere, Hook il capitano era cresciuto troppo in fretta.
Se avessi saputo che da lì a poco sarei cresciuta anche io e avrei smesso di credere, probabilmente quell’ultima volta, a Babbo Natale avrei lasciato più biscotti.
Scusa Babbo.

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2019-01-03T12:11:32+00:00

Redazione

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