Schiavi per sempre

Schiavi per sempre, tra agromafie e caporalato.

In provincia di Latina migliaia di lavoratori di origine indiana vengono trattati come schiavi da caporali connazionali e italiani. Chi scrive si è infiltrato in questo mondo, in questo sistema per alcuni mesi. E oggi vive sotto scorta. È Marco Omizzolo, appena insignito del titolo di cavaliere della Repubblica concesso direttamente dal presidente Mattarella e che per il numero nove di ‘O Magazine ha scritto questa inchiesta. Ve ne proponiamo un passaggio.

Lavorare in provincia di Latina, a stretto contatto con lavoratori e lavoratrici migranti considerati residuali nell’organizzazione sociale ed economica nazionale, soprattutto in questa fase politica in cui essi sono generalmente considerati dei criminali destinati a rubare le nostre libertà e ricchezze, significa fare esperienza diretta delle condizioni di vita e di lavoro di migliaia di persone e di un sistema economico e sociale che tiene insieme settori dell’imprenditoria agricola (e non solo), rappresentanti politici e interessi economici diffusi, a volte anche di natura mafiosa. Lavorare come bracciante infiltrato tra diverse squadre di braccianti indiani, in particolare sikh, in quelle campagne, al seguito di diversi caporali indiani e vari padroni italiani, restituisce la complessità di un fenomeno che ha radici nel Pontino ma anche in Punjab, regione indiana dalla quale proviene gran parte della comunità indiana sikh pontina.

Proprio in quella regione ho seguito un trafficante di esseri umani indiano ed ho studiato il complesso sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che lega, in una stretta mortale, lavoratori indiani con l’Italia e, nello specifico, con la provincia di Latina. Non è un fenomeno marginale, ma assume un carattere nazionale straordinariamente importante.

L’agroalimentare italiano vale complessivamente circa 246 miliardi di euro e rappresenta il 15,9% del Pil nazionale. Il sistema di produzione ortofrutticolo, florovivaistico e in parte anche zootecnico, è spesso fondato sullo sfruttamento di migliaia di lavoratori e lavoratrici, soprattutto migranti. Avviene in provincia di Latina, come denuncia da anni la cooperativa In Migrazione mediante studi e ricerche, ma anche in molte altre province del Nord e del Sud del Paese nonché in diverse altre regioni europee. Secondo l’ultimo rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto, risulterebbero in Italia circa 450 mila lavoratori che vivono condizioni di disagio abitativo e sfruttamento lavorativo, di cui l’80% migranti. Di questi, ben 100 mila vivrebbero condizioni di lavoro para-schiavistiche. Secondo l’ultimo rapporto Agromafie di Eurispes e Coldiretti il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia sarebbe salito nel 2016 a 21,8 miliardi di euro con un balzo del 30% nell’ultimo anno. Sul fronte della filiera agroalimentare, fa notare ancora l’Eurispes, le mafie, dopo aver ceduto in appalto l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto. Il settore è ancora caratterizzato da racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne. I poteri criminali si “annidano” nel percorso che frutta e verdura devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, e che vede uno snodo essenziale in alcuni grandi mercati di scambio per arrivare alla grande distribuzione. Tra questi continua ad essere fondamentale il Mercato ortofrutticolo di Fondi, nel Sud Pontino.

In questo sistema, per comprenderne le dinamiche e la complessità, sono stato bracciante infiltrato tra i braccianti indiani sfruttati come schiavi, scoprendo, per primo, lavoratori impiegati anche quattordici ore al giorno, tutti i giorni del mese, tranne a volte la domenica pomeriggio, per retribuzioni che non arrivavano a trecento euro al mese.

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2019-01-03T11:31:52+00:00

Redazione

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