Ritratto di una madre al dettaglio

«Era una bella bionda piuttosto forte, dagli occhi grigi. Rideva, cantava stirando, si metteva il rossetto cominciando dal piccolo cuore al centro delle labbra, il profumo dietro le orecchie».

È una descrizione potente di carne e spirito quella che Annie Ernaux fa della propria madre nel romanzo Una donna (pubblicato in Italia nel 2018 da L’Orma, edito da Gallimard per la prima volta nel 1987), ritratto nitido tra luce e ombra che accenna a dolorosi segreti portati in seno ed esalta l’attaccamento viscerale alla vita.

A parlare di questo ritratto di madre, nel numero sei di ‘O Magazine, è Miriam D’Ambrosio. Lo leggiamo tutto, il ritratto, pubblicato nella rubrica letteraria Lettere da Samotracia.

Pennellando questa figlia del Novecento, una normanna nata nel cuore del XX° secolo tra il primo e il secondo conflitto, la Ernaux non fa solo una dichiarazione d’amore sublime alla propria madre, ma supera l’evento personale, rende pubblica la vita privata come fatto sociale e, con il suo stile asciutto e incisivo, ci presenta la vita di una donna come molte, tenace, caparbia nel migliorare, per quello che può e osa, la sua condizione.

Attraverso la figura di questa donna volitiva («era lei il contabile della famiglia, la legge»), della cui infanzia ricorda un appetito mai sazio, l’autrice descrive la povertà di una provincia asfittica e benpensante dove «per una donna il matrimonio era la vita o la morte, la speranza di cavarsela meglio in due o il tracollo definitivo». Ma chi è voglioso di riscatto ce la fa, come lei, come questa madre senza nome, bella come un cielo sereno, impetuosa come un temporale.

Nata contadina, fiera di essere operaia, più libera di una domestica che sta sempre dietro «al culo dei signori», desiderosa di diventare commessa di negozio. Negli anni duri del dopoguerra aprirà uno spaccio alimentare con bar annesso e sarà una commerciante appassionata con «un sorriso per tutti», tanta pazienza e «due chiacchiere con ogni cliente».

Pagina dopo pagina incontriamo una donna intelligente, curiosa, che vuole imparare le regole del galateo e ascolta con attenzione chiunque parli di qualcosa che lei ignora, che ama i film e la lettura, e che è l’emblema della rinascita dalle macerie, del valore dato alla cultura vista con soggezione e rispetto da chi, per costruirsi un futuro degno, non aveva potuto seguire l’ambizione di studiare. Lei, però, aveva voluto che sua figlia la seguisse e arrivasse ad appartenere a un mondo distante, solo sognato, perché ambizione è lontananza. In normanno «ambizione» è il dolore della separazione. «Un cane a cui è morto il padrone può morire di ambizione».

Per Annie Ernaux, raccontare di lei è necessità, restituzione di vita: «Ora mi sembra di scrivere su mia madre per, a mia volta, metterla al mondo». La segue negli anni, la guarda da una giusta distanza, ce la presenta ragazza, sposa, madre, lavoratrice, determinata, tenera, severa, fragile. Intera.

«I libri erano gli unici oggetti che trattava con cautela. Prima di toccarli si lavava le mani».

Pudore e bellezza fino alla fine, quando, anziana, aspetta in stazione un treno già partito o va a fare spesa ma i negozi hanno chiuso. Paziente, sorridente, fino all’ultima primavera, nei giorni in cui si lascia nutrire e baciare da sua figlia, come una bambina.

Questo romanzo non è solo elaborazione di un lutto, è un inno alla vita, alla forza femminile, un passaggio obbligato.

È onorare la propria radice senza poterla lasciare mai perché, come scrive Ernaux, «pur essendo pienamente cosciente della sua morte, mi aspetto sempre di vederla scendere le scale».

2018-10-08T15:05:31+00:00

Redazione

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