Ragazzi in fuorigioco. Ovvero un viaggio nel business delle scuole calcio in Inghilterra. Ecco come si infrangono i sogni dei giovanissimi atleti della Premier League. Ecco la fabbrica delle illusioni in off-side. A raccontarlo, nel numero quattro di ‘O Magazine, è Tommaso Fiore che racconta di una realtà spietata. A crederci sono migliaia ma a farcela è un millesimo. Gli altri restano tagliati fuori e nessuno offre loro un paracadute.

A scatenare la rabbia dei media inglesi il suicidio di un sedicenne al quale non era stato rinnovato il contratto con una società della massima serie.  Un’inchiesta tutta da leggere. Qui. Sul blog di ‘O Magazine. 

Chiedete a un qualsiasi bambino cosa voglia fare da grande. Con ogni probabilità, nove su dieci vi dirà che il suo sogno è quello di essere un calciatore. Ed è giusto così: non è bellissimo ritrovarsi a giocare al proprio gioco preferito, a tirare calci a un pallone per una vita intera, venendo pagati fior di milioni? Il calcio. Un gioco, un business, una malattia per distrarre le masse. Forse è tutto vero. Ma il calcio è passione, è gioia e delirio, è sogno e delusione. «Tu chiamale se vuoi emozioni», diceva Battisti: «Ricoprire di terra una piantina verde, sperando possa nascere un giorno una rosa rossa». Esattamente come il talento di un ragazzino che sboccia nella cosiddetta “primavera” di una società calcistica, la fabbrica dei sogni per eccellenza del movimento calcistico moderno. Ma la realtà è spietata come un numero. In questo caso, 0.001. Un millesimo, come la percentuale di ragazzi che, entrati nel settore giovanile in tenera età, riescono a debuttare nella massima serie. Uno su mille ce la fa, ma gli altri novecentonovantanove dove vanno a finire? È questo il problema più grosso del calcio moderno: tante, troppe società preferiscono indossare i paraocchi e concentrarsi sullo sviluppo di due o tre ragazzini prescelti, cercando di prepararli al mondo professionistico nella speranza che, un giorno, si trasformino nelle future icone del calcio mondiale, magari portando alla società qualche guadagno finanziario. Mentre gli altri quindici, sedici ragazzi che formano la squadra servono da riempimento, sono lì ad occupare dei posti per qualche anno, senza la minima consapevolezza che, per loro, un futuro nel gioco che amano così tanto proprio non esiste. False speranze, sogni infranti e promesse inadempiute. Club professionistici incessantemente ambiziosi e commercializzati che reclutano migliaia di ragazzi portandoli ad allenamenti intensivi, quattro volte alla settimana a partire dagli otto anni, per poi scartarne la stragrande maggioranza. Tutto ciò circonda il gioco più bello del mondo anche, e soprattutto, nella patria del calcio per antonomasia: l’Inghilterra. Nel marzo 2013, un giovane inglese di 16 anni si tolse la vita dopo che il suo contratto con le giovanili di una società militante in Premier League fu rescisso. Non poteva esserci grido d’allarme più forte e simbolico sui potenziali pericoli del sistema di sviluppo giovanile del football d’Oltremanica. «È stato quel punto cruciale che ha schiacciato la vita di un giovane ragazzo e tutti i sogni che vanno con essa» disse, a proposito della tragedia, il medico legale che esaminò il caso.

A quel punto partì l’inchiesta tra i media britannici: tutti, tabloid in primis, cercarono di trovare qualcuno da colpevolizzare per la scomparsa così precoce di un ragazzino che stava solo rincorrendo il suo sogno. Tutti ignari del fatto che il problema era proprio sotto il loro naso: la mancanza di supporto – morale e psicologico – che il club riservò al proprio giocatore nei mesi seguenti la rescissione del contratto. I pochi studi accademici che riguardano la questione hanno fatto suonare dei seri campanelli d’allarme. In particolare, uno condotto nel 2015: David Blakelock, dell’Università del Teesside, studiò gli effetti psicologici del mancato rinnovo di contratto su un gruppo di giovani calciatori inglesi. Tre settimane dopo aver appreso della decisione del club, il 54% dei giovani calciatori esaminati sviluppò «gravi livelli di disagio psicologico». Così gravi che, secondo linee guida del ministero della Salute inglese, avrebbero avuto bisogno dell’aiuto di un ospedale psichiatrico. «La loro autostima viene definita dalle loro performance in campo», dice. «Quindi, nel caso in cui vengono scartati dalle loro società, diventa una specie di dilemma esistenziale: chi sono? Qual è il mio scopo? Si sentono inutili, pensano che dato che hanno fallito come giocatori di calcio hanno fallito anche nella vita, e non riescono a ottenere lo stesso livello di autostima in nessun altro modo. Penso che, particolarmente nelle squadre più blasonate, i giovani d’oggi si identifichino come calciatori prima che come persone». Anche se oggi è un po’ più grande e grosso, il dottor Blakelock è uno di quei ragazzi: scartato dalle giovanili del Newcastle United e del Nottingham Forest da adolescente, il suo percorso nella psicologia sportiva lo ha portato a ideare e realizzare questa ricerca, partita tutta da una semplice domanda: «Cosa succede quando il tuo sogno d’infanzia viene infranto?».

«Quando mi scartarono per la seconda volta, pensai “non è niente, va tutto bene, è solo un’arrabbiatura e mi passerà”, ma ammetto che è stato difficile adattarmi alla mia nuova vita. Però il calcio di oggi è diverso da quello a cui giocavo quindici anni fa. I giovani calciatori d’oggi sopportano molta più pressione dalle loro società per fare bene, perché sanno che potenzialmente possono diventare delle superstar e portare qualche milione nelle loro tasche. Le società non hanno più interesse nel crescere degli uomini, vogliono crescere dei giocatori che, nel futuro, possono far prosperare il loro business».

Tutto ciò si riflette nel modo in cui alcuni club trattano i loro ragazzi dopo averli scartati. Nessuna comunicazione, nessun contatto per verificare il loro stato di salute psicologica, nessuno sforzo per trovar loro una carriera alternativa o per offrire i loro servizi a qualche altro club professionistico. Molti ragazzi sono abbandonati a se stessi senza la minima attenzione al fatto che la fine del loro sogno possa avere serie ripercussioni sulla loro crescita e sul loro benessere fisico e mentale. Un po’ come la storia di Elliott Drage, ex calciatore nelle giovanili del Colchester United, club militante nella League Two, la quarta divisione del calcio inglese. Un ragazzo che, dopo svariati anni al servizio della sua squadra locale, apprese di essere stato scartato solo tramite un sms. «Alla fine della stagione mandai un messaggio al mio allenatore dicendo che non mi stavo divertendo molto, e loro non ebbero molto da dire a riguardo, risposero solo con un “Ok”», dice. «È finita così, un secondo, uno schiocco di dita e non ero più nella squadra. Da quel giorno non ho mai ricevuto un messaggio o una chiamata dalla società. È stato l’ultimo contatto che ho avuto con un funzionario del club. Mi sarei aspettato un po’ più di aiuto, magari avrebbero potuto dirottarmi verso altre squadre in cui avrei potuto giocare, o darmi una seconda opzione, o qualsiasi altra cosa, ma non fecero assolutamente nulla. Probabilmente, se andassi a trovarli, non mi riconoscerebbero e non ricorderebbero il mio nome, anzi: se lo saranno scordato non più di una settimana dopo quella conversazione».

Insomma, dettagli raccapriccianti che suggeriscono che il rapporto tra aspiranti calciatori e gli allenatori e/o dirigenti delle proprie società potrebbe non essere poi così idilliaco. Soprattutto se si pensa che il calcio giovanile dovrebbe essere lo specchio di quello professionale. E se consideriamo i giovani talenti delle primavere come il futuro del nostro calcio, com’è giusto che sia, la realtà assume connotati ancora più impressionanti. Anche se Elliott considera i suoi anni al Colchester United come un’esperienza positiva in cui ha potuto giocare a calcio serenamente, lui stesso dice che alcuni dei suoi compagni avevano la sensazione che quel paio di anni nelle fila di una società così titolata avrebbe rappresentato l’inizio della loro carriera nel football professionistico: l’ambiente serio e carico di responsabilità costruito intorno a loro è stato senza dubbio il colpevole.

E se, sin dal primo giorno in cui varcano le porte del centro sportivo, tutti questi ragazzi fossero destinati al fallimento? «A volte leggi queste storie di calciatori che arrivano dalle giovanili e sfondano in Premier League: i ragazzi di oggi la vedono come una sicurezza e pensano che, se sono dentro al sistema ai 12 anni, allora lo saranno anche nel futuro. Penso sia un problema da affrontare, ma che viene sempre trascurato: ci sono troppi ragazzi che entrano nel sistema, e nessuno che ne esce fuori, quindi è lì che cominci a pensare “qui c’è qualcosa che non quadra”. E non puoi fare queste cose a dei ragazzini, non puoi tenerli occupati per quattro giorni alla settimana, togliendo loro delle ore preziose di scuola e obbligandoli a dare la priorità al calcio, per averli lì buoni a disposizione per qualche anno e poi eventualmente scartarli. Per me era fondamentale il fatto di ottenere un po’ di esperienza e divertirmi giocando a calcio, ma ci facevano sentire come delle piccole ed insignificanti rotelle dell’ingranaggio. Non mi piaceva l’atmosfera, non mi piaceva il modo in cui ci gestivano, e verso la fine, non mi piaceva più neanche giocare a calcio, e suppongo che sia quella la cosa più importante». Già, il piacere. Come è possibile dimenticare che, alla fine, il calcio non è nient’altro che un gioco, e dovrebbe portare sorrisi sui visi dei bambini, non lacrime sulle loro guance? Ci sono alcuni ragazzi che, come Elliott, potrebbero aver giocato nelle giovanili per anni sin dall’infanzia, le loro vite familiari dominate da lunghi viaggi per allenarsi durante la settimana e giocare una partita nel weekend, solo per essere scartati al compimento dei 16 anni o anche prima. La natura sproporzionata della società britannica e del suo gioco fa sì che questi ragazzi passino da complessi sportivi del valore di svariati milioni di sterline a campacci dilettantistici di provincia. E per quanto il pallone sia uno sport con milioni di seguaci, non sembra esserci alcuna inchiesta riguardo all’impatto mentale ed emotivo sui giovani uomini provocato dall’attuale sistema giovanile, che con la sua intensità sta ormai assumendo sembianze sempre più industriali.

Una cosa è certa: il calcio giovanile sta diventando, in Inghilterra come in altri Paesi, più croce che delizia, più onere che onore, più un fardello da portare avanti con sofferenza che un vanto da far risplendere attraverso la comunità calcistica. Lo testimonia il fatto che, negli ultimi sei anni, numerosi club inglesi di blasone hanno chiuso o ristrutturato le loro scuole calcio, nel timore di non poter offrire ai loro giovani talenti le stesse garanzie di attenzione e supporto per colpa della brutale economia del gioco moderno. Huddersfield Town, Yeovil Town e Wycombe Wanderers sono alcuni esempi di club che hanno dovuto prendere la cosiddetta “business decision” e cancellare le loro giovanili sapendo che, ormai, il 99% degli introiti arrivano dalla prima squadra. Chris Hewitt, altro ragazzo reduce dalle grinfie del sistema giovanile inglese, era in forza proprio al Wycombe quando venne informato della scelta della società di chiudere la porta a tutti i propri calciatori in erba – e dice chiaramente – che quell’episodio gli fece perdere la sua passione per il calcio professionistico. «Quando ci fecero sapere i loro piani, mi sentii vuoto e afflitto», afferma. «È una cosa scoraggiante, avevo lavorato così tanto per restare a mani vuote, e la cosa peggiore di tutte è che non ci potevamo fare niente, né io né loro. Quando succedono queste cose, ti passa la voglia di giocare a calcio». Oggi uno studente di scienze motorie all’Università del Kent, Chris, non era nuovo a una situazione del genere: infatti, era già stato scartato dalle giovanili dell’Oxford United, la squadra della sua città natale, vivendo uno stress notevole nei giorni e settimane successive al suo allontanamento dal club. Ma nonostante le decine di ragazzi scartati in toto, Chris dice che i dirigenti del Wycombe non alzarono un dito per aiutare lui e i suoi compagni di squadra. «Non c’era alcun supporto di nessun tipo, non ci aiutarono minimamente. Quando seppi che me ne sarei dovuto andare, mi consigliarono di andare a giocare in un’altra squadra, ma quando chiesi il loro aiuto per cercare di vedere se altre squadre della zona mi avrebbero preso, non fecero niente. Buona fortuna, mi dissero. Non mi diedero assolutamente niente, neanche un numero di telefono da chiamare in caso di difficoltà: niente di niente. Penso che di me, alla fine, non gli importasse un granché. D’altronde non ero nessuno nella società: gli allenatori mi vedevano solo come uno dei tanti giocatori nella squadra, non come qualcosa di speciale che andava protetto». Le squadre di calcio sono oggi assimilabili alle società imprenditoriali, e il loro obiettivo primario non può più essere limitato ai successi sul campo, ma, comprensibilmente e necessariamente, deve comprendere l’equilibrio economico-finanziario di lungo termine. Quello che fa più male, però, è che in questo modo viene trascurato l’elemento chiave di questo gioco, quello che tiene la scintilla accesa e la passione viva, quello che ci fa amare, sempre e comunque, questo bellissimo sport: il lato umano. Le memorie delle gesta sportive più simboliche di tutti i tempi, le storie e i retroscena sulle vite dei più grandi campioni che abbiano mai calcato un campo, i sentimenti che fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta, i gesti di sportività e di solidarietà verso chi è meno fortunato, l’unione di tanti cuori diversi in un’unica passione. Tutte queste, ed altre ancora, sono le ragioni per cui il calcio può, e deve, superare i limiti del campo e formare dei modelli di comportamento verso i giovani d’oggi, ipnotizzati dagli eroi in pantaloncini dello schermo del televisore.

Oggigiorno, le società calcistiche di tutta Europa possiedono risorse inimmaginabili per la corretta crescita sportiva e umana di un ragazzo, e hanno a disposizione centinaia di aspiranti calciatori rapiti dalla bellezza dello sport sin dall’età dei primi calci. Ma quando la bolla scoppia, e quel sogno che è stato nutrito per anni viene ridotto in frantumi, molte società non si curano dell’incertezza e della depressione che un ragazzo di soli 15 anni può attraversare. Che sia Inghilterra, Italia, Francia o Germania, non esiste alcun programma di supporto per aiutare i nostri giovani a superare la delusione causata dalla fine del loro sogno e per affiancarli nella ricostruzione della loro vita. Ci sono molti allenatori e dirigenti devoti alla causa che fanno del loro meglio, ma la maggioranza del mondo calcistico non riconosce il proprio dovere morale nei confronti dei propri ragazzini. E soprattutto, non valutano cosa voglia dire, per loro, mettere piede su quel manto erboso domenica dopo domenica, non riconoscono le emozioni uniche e indescrivibili che suscita il calcio giocato, emozioni che ti fanno crescere e ti insegnano come affrontare la vita. Perché in fondo la vita è come una partita di pallone. Ci sono momenti in cui domini, altri in cui soffri e sei sotto, altri in cui tutto è appeso a un filo. Altri ancora in cui sembra che la vita ti dia una seconda possibilità, come se avessi del tempo per rimediare, dei tempi supplementari, e se sei fortunato ti dà un’ultima possibilità, quella dei calci di rigore, dove o sei dentro o sei fuori. Dove anche il pubblico ha il suo senso, rappresenta tutti quelli che osservano la tua vita da un punto di vista diverso, e che possono scegliere di rimanere con te fino alla fine della partita o possono abbandonarti ancora prima del traguardo. Il calcio rappresenta il percorso che ognuno di noi dovrà percorrere nei momenti brutti e in quelli belli, ricordandoci sempre che c’è qualcuno che fa il tifo per noi, prendendo forza da loro e ignorando critiche e insulti, per arrivare a vincere la partita più importante, quella della vita. Terra e sassi, un pallone, dieci persone al tuo fianco, undici di fronte, un fischio lungo e secco. La palla che per un attimo supera la linea del centrocampo e che ritorna velocemente indietro, le maglie che si mischiano. Il calcio è tutto questo, e anche di più. Non diamolo per scontato.

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