Quei Bastardi in una Napoli dove anche i morti parlano

Share altissimo e una seconda stagione che già tiene incollati i telespettatori, così come era già accaduto con la prima. In prima serata su Rai Uno, ogni lunedì sera, la serie I Bastardi di Pizzofalcone, tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni. Noir con un’ambientazione perfetta, quella di Napoli. E proprio nella città del golfo lo scrittore partenopeo è stato eccezionale guida per Laura Collinoli, che ne ha raccontato segreti, vizi e virtù nel primo numero di ‘O Magazine. Leggiamolo tutto.

L’idea strampalata è che Napoli sia un po’ come il cubo di Rubik. Sei facce e sei colori diversi di nove quadrati l’uno. Tutti vicini ma totalmente distanti.

Se il cubo lo guardi finito la distinzione è netta, precisa, ordinata, ma basta una mossa perché si mescoli tutto. Il verde con l’arancione, il rosso con il blu, il bianco che va al posto del giallo. È questione di attimi e diventa ingarbugliato, caotico, disordinato, anche se in realtà è lo stesso cubo. Perché il rosso era già incollato al verde e pure agli altri colori.

Napoli è così. Un grande cubo di Rubik. Anche se meno spigolosa ma molto più morbida, avvolgente, accogliente. Quasi una culla.

Comprenderla tutta è difficilissimo. Raccontarne una sola impossibile. Ce ne sono troppe. Troppe anime differenti, anche se unite da una stessa identità.

«Napoli è cresciuta disarticolata e selvaggia attorno al porto, cioè alla speranza dei nuovi arrivi. E dei nuovi arrivi prende ogni volta qualcosa. Frammenti di identità lontane, ingredienti di nuovi piatti, note di altre musiche. Prende, mastica, digerisce, metabolizza. E così costruisce un’anima meticcia e bastarda».

Maurizio de Giovanni ne interpreta gli ingranaggi, i meccanismi, il sistema. Non perché l’abbia studiata o semplicemente perché ci viva. Lui Napoli la racconta, la scruta, la esplora, la fa parlare. Perché da queste parti, all’ombra del Vesuvio e sopra quel mare di magma che dal vulcano arriva fino ai campi flegrei e oltre, c’è una città sedimentata una sull’altra, una nell’altra. Un luogo diverso da tutti gli altri. Un posto dove anche i morti hanno ancora qualcosa da raccontare.

Lo sa bene de Giovanni, lettore prima di diventare scrittore. Lui preferisce farsi chiamare raccontatore di storie, che ha iniziato a narrare a quasi cinquant’anni. Nell’era del tutto e subito fa quasi impressione. Eppure da quel racconto scritto al Caffè Gambrinus quasi per gioco, in un concorso dove neanche si è iscritto da solo, sono trascorsi appena tredici anni ma oltre venti romanzi e una serie di racconti e sceneggiature che pochi colleghi hanno messo insieme in una vita intera.

In quello stesso Caffè, transennato da una corda di velluto rosso, c’è un tavolo sempre riservato a Luigi Alfredo Ricciardi, nato dalla penna di de Giovanni e commissario nella Napoli degli anni Venti. Ricciardi vede i morti. I morti di morte violenta. Ne percepisce le ultime sensazioni e osserva da vicino il loro fantasma.

«Questa è una città in cui i morti parlano. È vero. Un posto che ha un rapporto con la morte molto particolare. Lo ha sempre avuto. Abbiamo catacombe, chiese e cimiteri che espongono i defunti, come quello delle Fontanelle, dove ognuno ‘adotta’ la sua capuzzella e le chiede grazia».

È il rito delle anime pezzentelle. Non hanno un nome, anche se a molte viene dato. Ci si prende cura di un cranio e in cambio si ottiene protezione. O almeno l’ambizione è questa. Alle Fontanelle ce ne sono oltre quarantamila, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. Stanno una sull’altra, una dentro l’altra. Hanno corone, crocifissi, ninnoli, fiori. Qualcuno aspetta i numeri fortunati, altri dicono addirittura di sentirle. Forse le sentono per davvero. Accade qui e in nessun altro luogo.

Maurizio de Giovanni ci narra della sua città e dei suoi riti pieni di fascino e mistero mentre sono in molti a fermarlo per strada. Gli chiedono dei libri, dei suoi personaggi, delle donne che li animano. Fanno persino il tifo per loro. Per la dolce Enrica o la misteriosa Livia.

Oppure per i bastardi. Sì, I Bastardi di Pizzofalcone, l’altra sua creatura diventata fiction per Rai Uno e che presto vedrà in tv la sua seconda serie.

Gli domandano del calcio, di un Napoli di cui non possiamo aggiungere altro. La scaramanzia, da queste parti, è un valore imprescindibile. Come pure la fedeltà a questi colori. «Napoli è l’unica grande città d’Italia con una sola squadra di calcio ed è così perché di un’altra non c’è bisogno. Una squadra fortemente identitaria e che si unisce con la città, alla quale è simile. Quindi capace di grandi successi e periodi di Medioevo. È azzurra. E non potrebbe essere altrimenti. Assolutamente pazza, nel bene e nel male. Continuamente disorganizzata. Mai pianificata. Mai imprenditoriale. Mai strutturata». Perché per molti qui esiste solo la domenica e poi c’è Il resto della settimana, che dà il titolo a un libro a firma di de Giovanni e dedicato a chi soffre di questa malattia. A chi di calcio si ammala veramente.

Lo scrittore è guida straordinaria tra i luoghi più suggestivi di un posto che lui stesso definisce l’unica capitale sudamericana fuori dal Sud America. «Avvicinatela a Istanbul, o meglio ancora a Buenos Aires. Non certo a Torino o a Milano».

Ricorda quasi Virgilio in un viaggio tra i gironi dell’Inferno e fino al Paradiso. Solo che qui sembra tutto un enorme Purgatorio.

«Comprendere Napoli è impossibile. Ce ne sono troppe e in perenne movimento».

Questa immensa sovrapposizione ce la racconta allora in un piccolo slargo che offre una visione privilegiata di questo luogo. È largo Madre Teresa di Calcutta. Non è un posto per turisti e da qui non c’è il panorama della tradizionale cartolina, con i pini marittimi di Posillipo e sullo sfondo il profilo del Vesuvio. Da qui tutto questo si vede, ma si osserva anche il resto.

«Da un punto di vista metaforico questo è un posto da cui si può capire la città. È così perché siamo ad un’altezza intermedia.

La chiave di lettura è proprio questa. Napoli non va vista da troppo lontano, ma nemmeno dall’interno. Se la guardi dall’interno è talmente diversificata che si corre il rischio di avere un unico punto di vista. Che poi è il problema narrativo di questa città. Il limite di chi dice “adesso la vera Napoli te la faccio vedere io!”. L’errore è nella presunzione di aver trovato la chiave di tutto.  Ma la vera Napoli non può essere raccontata in un unico libro. Napoli è Gomorra. Napoli è I Bastardi. Ma è Napoli anche Erri De Luca, Diego De Silva, Valeria Parrella. E poi c’è il teatro. È Napoli Tony Servillo, Peppe Servillo, Moscato, Santarelli. Ma anche il cinema».

Una città al sole, di mare e di terra, fatta di mille racconti. «Una sinfonia cacofonica. Confini dentro confini. Città dentro città. Chiaia è a un metro dai Quartieri Spagnoli. A via Toledo ci sono le grandi griffe e una stazione della metro fantastica e accanto un posto dove non c’è uno sportello bancario, una scuola, una farmacia, un presidio ospedaliero. E ci abitano cinquantamila persone.

Dovete pensarci come una cipolla. Con strati infiniti e diversi. Di odori e sapori».

Da largo Madre Teresa di Calcutta si vede Posillipo e le sue case lussuose a picco sul mare. C’è il Vomero e la sua media borghesia, ma anche l’immagine primaria della città. Quella fondativa, di Castel dell’Ovo. «Si chiama così perché sarebbe stato costruito su un uovo magico posto da Virgilio nelle sue fondamenta. Il mito vuole che finché l’uovo rimane sano la città resta in piedi. Se qualcuno dovesse romperlo, sarebbe distruttivo della città stessa».

Eccolo per davvero Virgilio, che ci racconta di un’unica batteria di cannoni rivolta verso la città. Perché il timore, qui a Napoli, è sempre stato quello di una rivoluzione più che di un’invasione.

«La città è così. Una città che si rivolta, che si ribella ma che non ha mai avuto un assedio. Noi siamo stati dominati da chiunque, ma non c’è mai stata una guerra d’assedio in tremila anni. Perché noi abbiamo sempre la speranza che chi arriva sia meglio di chi c’è. Anche se non è mai così».

Ma da qui, da questa terra di mezzo, si vede anche la penisola sorrentina, il porto, il centro storico. I palazzi uno sull’altro in cui le diseguaglianze si toccano, si affrontano, si scontrano. In cui esistono una serie di confini sociali interni che addirittura, a volte, sono nello stesso condominio. È il cubo di Rubik. Uno attaccato all’altro. Ognuno al suo posto ma tutti mescolati.

È così a Pizzofalcone, un luogo a un passo dal bene e dal male e dove I Bastardi animano un presidio di Polizia rimasto aperto per miracolo, allo sbando. Poliziotti corrotti arrestati e il rimpiazzo che arriva da scarti di altri commissariati. Solo che gli scarti, alla fine, non si rivelano così incapaci. Sul piccolo schermo, con la prima serie che ha fatto il botto di ascolti, fanno squadra Alessandro Gassman, Carolina Crescentini, Tosca D’Aquino, Gioia Spaziani, Massimiliano Gallo, Antonio Folletto, Gianfelice Imparato, Simona Tabasco e Gennaro Silvestro.

In un Paese come l’Italia, dove leggono in pochi ma in troppi sono incollati al televisore, lo scrittore napoletano si gode il successo mentre è già uscita la sua terza serie, I Guardiani, una specie di fanta-thriller di una Napoli esoterica e segreta. Romanzi già al top delle classifiche, oggi ancora più letti, e popolarità che solo la tv è capace di regalare.

Se Giuseppe Lojacono, ispettore con il volto di Alessandro Gassman, sia il nuovo Salvo Montalbano è difficile da dirsi. Ma che Maurizio de Giovanni sia per tanti aspetti l’erede di Andrea Camilleri è praticamente certo.

I loro eroi, dal volto più umano che valoroso, sono poliziotti diversi ma che piacciono entrambi. Due lingue differenti. Due paesaggi incantevoli ma che non si somigliano. Intorno a loro storie e personaggi che rafforzano episodi e vicende, narrazioni e racconti. Da una parte la Sicilia. Dall’altra Napoli e la Campania.

«Non potrei vivere in un altro posto. Se io ad esempio andassi a Roma non scriverei più. Io scrivo perché vivo qui. Perché prendo dalla città quello che mi dà».

È il bisogno di vivere qui. Forse un’ossessione, comunque una necessità. In un posto che soffre le diseguaglianze e la criminalità ma in cui c’è un’effervescenza culturale straordinaria. Ce lo ricorda proprio de Giovanni come Napoli sia la città italiana con il maggior numero di scrittori tradotti all’estero. Dove oggi esiste un recupero sorprendente delle strutture, dell’economia, dei poli museali. In cui il museo archeologico è il più importante al mondo per la storia dell’epoca romana.

La verità è che Napoli ti sorprende, ti coglie di sorpresa, ti stupisce. Nel bene e nel male. È storta eppure geniale, scomoda e seducente, insidiosa ma sincera. Comunque unica. Anche per sapori, odori. Per la gente che non è mai scontata, banale, convenzionale.

«È una madre. Una madre volgare. Di cui ci si vergogna un po’, ma che non si cambierebbe con nessun’altra».

Una città piena di contraddizioni ma che unisce tutti per identità. «Se vai a Milano o a Torino vedi una città europea simile a molte altre. A Firenze o a Venezia rischi di non incrociare un fiorentino o un veneziano. Roma ha invece un’identità diversa quartiere per quartiere.

Napoli ne ha una sola, ovunque ci si trovi. La gente è la stessa. Può avere più soldi o meno soldi, essere disonesta o perbene, ma si comprende. Parla la stessa lingua.

Forse sarebbe comodo fare a meno di Napoli, questa assurda eccezione, anomalia, stranezza. Ma la nostra identità è questa. Un motore di cui ognuno conosce solo una rotella».

Maurizio de Giovanni la sintetizza con un solo aggettivo. Perché è tutto semplice se la città la si osserva dalla riva. Così riparata, accogliente, ospitale. Quasi che protegga, anche quando non sembra che sia così.

«Napoli è necessaria».

2018-10-11T16:12:02+00:00

Redazione

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