Quando eravamo cannibali

“Niente è più oggettivo della fantasia e del desiderio” assicura il professor Lucien Castaing-Taylor, antropologo professore ad Harvard e direttore del Sensory Ethnography Lab dell’ateneo americano, che insieme a Verena Paravel firma il documentario Caniba, appena uscito nelle sale francesi e vietato ai vegetariani.

Issei Sagawa, oggi sessantenne, sale agli onori delle cronache quando nei primi anni 80, ricercatore della facoltà di lettere della Sorbona, cena con una collega. Cioè la invita, la fredda con una rivoltella e banchetta con le sue carni per tutta la settimana successiva.

Un vuoto legislativo internazionale permette al crapulone di restare a piede libero: archiviate, infatti, le accuse per infermità mentale in Francia, in Giappone il caso non può essere riaperto. Prigioniero di se stesso, il cannibale è un freak e sbarca il lunario come attore pornografico, come critico gastronomico, come autore di un manga di successo dove con dovizia di particolari illustra la sua avventura antropofaga.

Dimenticato dal carosello mediatico, ormai ritirato a vita privata, vecchio, malato di diabete, semi immobile per via di un ictus, Sagawa consuma le giornate recluso in una casa di cura, in un dormiveglia allucinato, interrotto solo dalla saltuaria compagnia di qualche groupie in cosplay e del fratello Jun, un sadomasochista che si trastulla infilzandosi le braccia con forbici, taglierini e coltelli.

I registi, con un esercizio retorico, traslitterano il protagonista nel suo pubblico: attraverso i suoi inaccettabili istinti primordiali sublimano i nostri. Il film inizia con la forma di un rituale ancestrale: lo sforzo intellettuale per resistere ad un primo piano sfuocato di Issei corrisponde ad un’antropopoiesi. A quel punto l’aberrazione voyeurista degenera in una insana curiosità, una mise in abime di cui lo spettatore resta vittima nonosante la sua evidente insanità.

Al rifiuto dell’animalità segue l’epifania della coscienza. Il fatto che Sagawa fosse anche un brillante studioso amplifica il sillogismo narrativo. Sillogismo che per natura ontologica non è garanzia di verità, tant’è che il sociopatico, riconosce le sue perversioni, ma continua a leccarsi i baffi pensando a manicaretti proibiti. Impossibile sdoganarsi, vivere col senso di colpa, Per onanisti intellettuali, filosofi e anagrammisti.

Il film ha vinto il Premio Orizzonti al Festival di Venezia 2017. Ecco l’intervista girata in quell’occasione e il racconto dell’esperienza dei due antropologi.

di Federica Polidoro

2018-08-28T10:16:09+00:00

Redazione

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