Precari ed eterni. Siamo tutti funamboli

Precari ed eterni. Siamo tutti funamboli. La nostra fretta è priva di senso. Dove corriamo tutti ogni santo giorno? Inseguendo cosa? E perché? È bello, a volte, sospendere il tempo. Scrollarci via la cenere che appesantisce le nostre ali e che ci tiene giù. Disfarci delle regole, degli orari e degli impacci del mondo come ci si disferebbe di un vecchio soprabito logoro.

In un pezzo da tenere incollati dalla prima all’ultima riga, ce lo racconta nel numero sette di ‘O Magazine Enrico Macioci.

Tutto parte da una sua esperienza. Un suo racconto. La sua vita.

“Ai primi di settembre mi trovavo a Martina Franca, in Puglia, per una breve vacanza. Dopo cena, verso le dieci e mezza, tornando in albergo, abbiamo attraversato una piazzetta dove due ragazzi allestivano uno spettacolo di strada. I miei figli, nove e cinque anni, volevano assistere; e anche mia moglie. Io volevo andarmene. Non c’erano motivi per cui avessi fretta di rientrare; ce l’avevo e basta, come spesso mi succede. Ma era estate, la coda struggente dell’estate, Martina Franca scivolava luminosa su una notte fresca e pura – una versione più malinconica e più profonda del giorno – e cedetti. Aspettiamo, dissi, immaginando che lo spettacolo tardasse. Cominciò subito.

La ragazza era sui venticinque, bionda, capelli corti, carnagione chiara; non bella ma con gambe perfette, che un gonnellino copriva fino a metà coscia; non parlava, e decisi che fosse italiana oppure olandese; ne sono convinto tuttora. Il ragazzo, un mulatto, superava i trenta. Indossava pantaloni scuri e una camicia scura, in testa un cappello anch’esso scuro; era buffo e quasi brutto ma si muoveva con svelta e asciutta virilità. Ogni suo gesto testimoniava una grande confidenza con la materia, come se pensasse che nulla di male gli accadrà mai; tuttavia da una simile presa a terra scaturiva un’aura che mi spingerei a definire spirituale. Parlava il tipico italiano dei sudamericani, che sembra aprano bocca prendendosi gioco di te; fingeva goffaggine per divertire i bambini accorsi in cerchio e camminava sghembo o saltellava; nondimeno il suo istintivo misticismo non ne risultava scalfito. Sul momento l’essenza del fenomeno mi sfuggì, e mi limitai a registrarlo; quindi fui rapito dallo spettacolo…”.

La storia continua, sul numero sette di ‘O Magazine.

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2018-10-26T13:34:31+00:00

Redazione

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