La solitudine dei numeri uno. Grigorij Perel’man è un genio della matematica. L’unico ad aver dimostrato la congettura di Poincaré e che da anni è in isolamento nel casermone dove è cresciuto, a Kupcino, nella periferia di San Pietroburgo. Ha rifiutato riconoscimenti e premi, compresa la Medaglia Fields, il cosiddetto Nobel della categoria, e uno da un milione di euro. Per lui essere uno scienziato non è un trofeo da esibire. Un personaggio. A raccontarcelo è Eleonora Barbieri sul numero nove di ‘O Magazine.

Grigorij Perel’man è come ti aspetti un genio, un genio russo: ricorda Tolstoj, solo che ha la barba meno lunga. Ha i capelli anch’essi lunghi, l’aria arruffata, lo sguardo, beh… lo sguardo di quella follia che è del genio. E, in qualche fotografia, perfino un sorrisetto. Certo, si tratta di fotografie non rubate per strada, fotografie che risalgono a prima: prima della notorietà, delle (tentate) celebrazioni da parte del mondo della matematica, dei premi (tutti respinti) e della sua graduale, e inesorabile, autoemarginazione. Prima, insomma, che Perel’man riuscisse a dimostrare la congettura di Poincaré, dopo novantotto anni di fallimenti da parte dei suoi colleghi, incluso Poincaré stesso.

Grigorij Perel’man, il genio matematico del secolo, vive in isolamento. Si è rinchiuso nel casermone in cui è cresciuto a Kupcino, periferia di San Pietroburgo; ha scelto di mantenere un solo rapporto: quello con sua madre Liubov’, matematica di professione. La sorella, matematica anche lei, si è trasferita in Israele da anni. Grigorij, detto Grisha, nasce nel 1966, e cresce naturalmente per fare matematica. La matematica è la sua vita, è tutto: Grisha è «un progetto matematico vivente», dice Masha Gessen, che al genio di San Pietroburgo ha dedicato un saggio, Perfect Rigor, da poco pubblicato in Italia da Carbonio editore (pagg. 252, euro 17,50, traduzione di Olimpia Ellero). Masha Gessen è una giornalista russa, che per anni si è occupata di scienza, fino a che è stata licenziata per essersi rifiutata di spedire un redattore a seguire Putin mentre volava in deltaplano accanto alle gru siberiane… Masha Gessen oggi lavora al New Yorker, si occupa di politica ed è l’autrice di quel saggio che qualcuno non voleva fare entrare in Russia, poche settimane fa (The Man Without a Face: the Unlikely Rise of Valdimir Putin). Perfect Rigor è una biografia costruita come un’inchiesta: una caccia all’uomo, visto che l’autrice non ha mai potuto scambiare parola con il protagonista. Perel’man non parla con la stampa da quando, oltre dieci anni fa, ha rilasciato una intervista a due giornalisti del New Yorker che erano andati a San Pietroburgo per lui. Moltissimi altri, dopo di loro, hanno avuto scarsissima fortuna: qualcuno è stato anche cacciato in modo poco ortodosso. Il fatto è che Perel’man ha chiuso le porte al mondo della matematica (almeno ufficialmente) da quando, nel dicembre del 2005, ha lasciato l’Istituto Steklov di Pietroburgo, dove lavorava da quando si era laureato. Prima di andarsene ha spiegato al direttore Kisljakov: «Io non ho niente contro le persone che lavorano qui, ma tra loro non ho nemmeno un amico. E poi sono rimasto deluso dalla matematica e voglio provare a fare qualcosa di diverso. Me ne vado». Il direttore, da parte sua, gli aveva suggerito di aspettare ancora qualche giorno, per avere i soldi della gratifica di dicembre, ma non era il tasto giusto su cui fare presa per convincere Perel’man: giusto sei mesi prima aveva restituito all’Istituto ottomila rubli (risultato della redistribuzione di alcuni fondi extra), sconcertando la responsabile della contabilità. In effetti, gran parte della delusione di Perel’man riguardava proprio la deriva “materiale” della sua disciplina. E ad offenderlo, poi, erano stati soprattutto certi premi, che avevano cercato di assegnargli.

Un peccato non leggere il resto. Su ‘O Magazine.

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