Pensate se avessimo quelle serie

Le serie tv che potremmo avere sono tantissime. Ce lo ricorda Amleto de Silva nel numero sei di ‘O Magazine nella sua rubrica La lanterna di Amleto, dove ogni mese ci racconta di cinema e serie televisive.

“Una cosa bella di avere questo spazio su ‘O Magazine è (anche) il fatto che non mi prendono a roncolate quando vado fuori tema: quando, cioè, mi metto a parlare di serie che non esistono (Darkman) o di quelle ancora in lavorazione (What we do in the shadows). È il bello di scrivere per un mensile: ti puoi permettere l’importante e fregartene dell’urgente. Mi chiedevo, ad esempio, perché non riusciamo, dopo Boris, ad avere, in Italia una comedy decente. Ci pensavo giusto in questi giorni, purtroppo in occasione della scomparsa di Carlo Vanzina. E alla fine di tanto pensare, ho concluso che siamo un paese di imbecilli: basterebbe buttare un occhio, per esempio, a Sapore di mare, a Vacanze di Natale, a Vacanze in America, a Le finte bionde, per sbancare in tutto il mondo. Dice, ma non è semplice. Bugia, dico io: è semplicissimo. Il fatto è che i film dei fratelli Vanzina non hanno solo le idee: hanno la lingua. Loro non ti dicono hey guarda che bel personaggio che è Don Buro, guarda un po’ che tipo Jerry Calà che fa Luca che prende in giro il bagnino Antonelli, no. Ti regalano le chiavi per capire come scovare i Don Buro e i Luca che stanno in giro al giorno d’oggi e a riconoscerli. Sembra una fesseria, ma è il segreto di quelli bravi sul serio, vedere le cose che i fessi non riescono neanche a notare: era il segreto di Monicelli, di Sonego, di Risi, di Steno e tanti altri che hanno fatto grande il cinema italiano senza darsi arie da padreterni. Se fossi un produttore, e intendo un produttore di quelli bravi, non quelli che fanno le serie preti e sbirri, mi fionderei sui diritti dei Vanzina e ci tirerei fuori almeno tre serie. Perché c’è la lingua, lì dentro: i fratelli Vanzina son riusciti a parlare la lingua di Monicelli e degli altri trent’anni dopo. Certo, era diversa, ma perché era diversa l’Italia; però se guardavi Le finte bionde venivi assalito dalla stessa fremdschämen, quella sottile vergogna d’essere italiano, che ti prendeva guardando I mostri. E, sempre se fossi un produttore di quelli bravi, chiederei a Enrico Vanzina dei consigli su come si fa un casting rispettando la sceneggiatura, perché una cosa è raccontare un pezzo di storia d’Italia con Gassman, Tognazzi e Manfredi, un’altra è farlo con Jerry Calà, Fabio Ferrari e Christian De Sica. È una di quelle cose che ti riescono se hai ben presente chi vuoi raccontare, come e dove vuoi raccontarlo, e se hai la cultura necessaria per fare una cosa del genere, una cosa che nessuna scuola di scrittura o di sceneggiatura ti può insegnare: devi stare con le orecchie appizzate, devi voler guardare. Come disse una volta Enrico Vanzina a Marco Ciriello che lo intervistava: I telefonini hanno innovato le storie. Agli albori ricordo un altro vicino che passò agosto a cercare campo, era tutto un: «Me senti?”. “Ah, nun me senti?». «Ma io te sento». «Allora me sposto». Al milionesimo: «Me senti?» Gli ho urlato: «Lui no, ma io sì, stai a rompe da ‘n mese». Là gli mettevi Brignano era fatta. Una estate a cercare la linea». Ce le abbiamo in casa, le serie di successo: è che siamo piecori e non le vediamo”.

2018-09-19T12:07:07+00:00

Redazione

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