Orlando Furioso è il nonno di Harry Potter

Orlando Furioso nella prigione di Azkaban. Ovvero i frammenti della storia di Ariosto e quelle ossessioni che si trovano dopo cinquecento anni tra le stanze di Hogwarts. Angelica, Bradamante e Ruggiero sono i progenitori di Harry Potter. E tra contaminazioni e suggestioni si arriva anche ad Ovidio e alle sue Metamorfosi.

A raccontarcelo, sul numero sei di ‘O Magazine, Vittorio Macioce che ci racconta di questa prigione dove «non c’è speranza, ma un alito di gelo».

Eccola la prigione dove è rinchiuso «Sirius Black, un rinnegato con il cuore da cane randagio. Non è nell’ordine delle cose fuggire da Azkaban. È una malattia che ti perseguita il resto della vita. Sirius ci riesce, con la complicità di Harry Potter a cavallo di Fierobecco, un ippogrifo.

Te lo ritrovi qui questo animale leggendario, con la testa di grifone, come un’aquila trasfigurata, con le ali grandi e pesanti e il corpo di un cavallo. È un frammento dell’Orlando Furioso che si accasa dopo mezzo millennio nella saga di Hogwarts».

Un pezzo da divorare, di cui sul blog riportiamo alcuni frammenti.

«…Ho scoperto davvero l’Orlando Furioso passando da Italo Calvino. È banale, ma forse non poteva che essere così. Il castello dei destini incrociati, che si accompagna alla locanda, ti porta in certe atmosfere da autunno piovoso, quando raccontare storie è il sollievo per la sete di mondi, vita, immaginazione. L’intreccio è scandito dai tarocchi viscontei che si ispirano ai personaggi di Ariosto. La combinazione e la successione delle carte creano narrazioni che tendono all’infinito. Questo è il vero segreto dell’Orlando Furioso, la sua potenza geometrica. È un generatore magico di storie, una sorgente che da 500 anni penetra in ogni rivolo dell’immaginario e si rinnova, prende forme sempre fresche, attuali, adattandosi a tempi e luoghi. È un classico con una dirompente vocazione pop. Non è importante neppure leggerlo, perché lo ritrovi ovunque. Ho qui davanti l’illustrazione di Gustav Dorè. Questa volta è Ruggiero che cavalca l’ippogrifo. Arriva sull’isola di Ebuda, l’isola del pianto, e vede una ragazza nuda, con le braccia in alto, incatenata a uno scoglio, come una schiava destinata al sacrificio. È Angelica. Sotto di lei, pronta a divorarla, c’è un’orca con un ventre grasso e molliccio. Ruggiero, in questo caso una sorta di antenato di Han Solo, la salva abbagliando il mostro che resta a galleggiare in mare come un’enorme medusa (o una busta di plastica). Il riferimento a uno degli eroi di Star Wars non è casuale. La scena ricorda la principessa Leia prigioniera di Jabba the Hutt. Angelica è solo più nuda.

L’Orlando sembra contenere tutto. Ruba, come d’altra parte fa la Rowling. Ruggiero, Angelica e l’orca sono un prestito dalle Metamorfosi di Ovidio. Perseo, dopo aver ucciso Medusa, si ritrova a salvare Andromeda in Etiopia, minacciata da una sorta di drago marino o qualcosa che assomiglia a un’enorme biscia. Non solo. Lascia nell’ombra l’Orlando originale, quello innamorato, quello di Boiardo. Le avventure raccontate da Ariosto sono un sequel dichiarato di un altro poema di grande successo. Non è il primo spin-off che si incontra nella storia dell’epica. Omero due, chiunque sia, riprende un filone narrativo di Omero uno. L’Odissea è una rivoluzione letteraria rispetto all’Iliade. Virgilio naturalmente apre una delle tante tracce sotterranee lasciare lì dal vecchio cantore cieco. Ariosto non solo riprende da dove Boiardo ha finito, ma si mette a scavare cunicoli narrativi che sono una lezione per tutti gli sceneggiatori di serie tv. Il tempo della narrazione non è lineare. È un labirinto di storie e sottostorie che si intrecciano. È come una giostra di palcoscenici che ruotano, dove l’azione si svolge contemporaneamente. I filoni principali sono tre: la guerra cavalleresca tra cristiani e saraceni, l’ossessione di Orlando per Angelica e conseguente furiosa pazzia e l’amore tra Ruggiero e Bradamante che è all’origine della casata ferrarese degli Este (un omaggio allo sponsor). Ogni linea principale ha poi al suo interno tante piccole deviazioni narrative. Il canto, che ha il ritmo di una puntata, finisce lasciando l’azione in sospeso, quando l’emozione è massima e stai lì incantato con l’ansia di sapere cosa succede. È lì che Ariosto spegne la telecamera e ti fa bestemmiare…».

Il resto sul numero sei di ‘O Magazine.

2018-09-26T09:53:30+00:00

Redazione

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