Ogni whisky ha una storia da raccontare

Ogni whisky ha una storia da raccontare. I degustatori del distillato scozzese lo sanno, quando assaporano o inspirano col naso, che stanno facendo un safari nella loro memoria. Come Proust con le madeleine, solo che loro preferiscono il Lagavulin. È così. Berlo è il piacere dei sensi ma anche quello intellettuale. Un viaggio a ritroso come accade a Milano, dove va in scena una specie di conclave: è il festival degli assaggiatori. Un passaggio obbligato per ogni età.

Marco Zucchetti ci apre un mondo sul numero nove di ‘O Magazine.

È quando riemergono dal loro tuffo, con lo sguardo assente che circumnaviga i ricordi, che bisogna osservare con attenzione i degustatori di whisky.

Tengono delicatamente il bicchiere con due dita, sul fondo del gambo di tulipano, con la cura religiosa e tremebonda con cui si prende l’ostia. I loro nasi – adunchi, paffuti o greci – sembrano tanti speleologi sfiniti dopo una missione. Le narici, che appena prima si erano spalancate come froge di ronzini, tornano umane.

Hanno usmato, sniffato, inspirato col naso incastonato nel vetro, sfiorando il liquido, come a dragare quei pochi centimetri cubi di aria in cerca di un senso. E ora, nei secondi successivi, restano lì a scrutare il vuoto, perché in realtà sono altrove: stanno facendo un safari nella loro memoria.

In generale, i degustatori di spiriti hanno tutti l’aria degli alienati con le monomanie dei ritratti di Géricault. E spesso lo sono pure, specie quando recitano a memoria annate e gradazione di certi Scotch. Però non sembrano affatto beoni dalla pupilla opaca (anche se qualcuno lo è, inutile negarlo). No, sembrano proprio sciamani in trance, distanti dal contingente.

Qualche settimana fa, prima del Milano Whisky Festival, se ne poteva incontrare un gruppetto in un pub in zona Città studi. Come in un conclave, se ne sono stati chiusi lì dalla mattina, assediati da boccette e campioni, ad assaggiare 40 malti in otto ore per decidere i migliori. Gli universitari che lì ci vanno a pranzare o a studiare davanti a un caffè americano, passavano e non si capacitavano. Sette adulti dai trenta agli ottanta, atarassici e indifferenti al logorio della vita moderna e iperconnessa, concentrati sul loro esercito di bicchierini. Masticavano sorsi, mormoravano sentenze e fissavano gli altri clienti del pub. Ma senza vederli, rapiti da qualcosa che stava capitando dentro di loro.

Al di là del piacere epicureo del distillato che divampa nei sensi, il degustatore fa esattamente questo: si guarda dentro. Evoca gli spiriti, li utilizza come una chiave che apre un varco su di sé, e poi si gode lo spettacolo. Più o meno come le «porte della percezione» di William Blake. Quelle che «se fossero ripulite ogni cosa apparirebbe com’è in realtà». Quelle di Aldous Huxley e dei suoi viaggi lisergici. Quelle che diedero il nome ai Doors di Jim Morrison, annegato – ironia della sorte – in un malinteso vortice di droghe, bourbon e birra.

Ma cosa cerca il degustatore dietro le sue porte liquide? Cosa lo aspetta oltre lo specchio di Alice? Chi li giudica senza comprenderli con la condiscendenza che si riserva ai tossici, riduce tutto ad un’alcolica architettura di paradisi artificiali: una sbronza, in sostanza. Eppure non è così, perché le parole sono importanti e i degustatori non sono etilisti. Questi bevono per dimenticare, i primi sorseggiano per ricordare. Perché il degustatore di spiriti in realtà è un Proust che preferisce il Lagavulin alle madeleine inzuppate nel tè: è un rabdomante delle sue memorie.

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2019-01-03T12:31:03+00:00

Redazione

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