Pubblichiamo integralmente l’editoriale del numero sette di ‘O Magazine a firma di Andrea Mancia e Vittorio Macioce.

«Il computer del futuro sarà portatile come il vostro orologio e personale come il vostro portafogli […] riconoscerà la vostra voce e navigherà per voi sulle strade delle città, raccoglierà le notizie e organizzerà la vostra posta». Quando, nel 1990, George Gilder profetizzò (tra le altre cose) l’avvento dello smartphone, con almeno una quindicina d’anni d’anticipo, nel suo Life After Television, quasi tutti lo presero per matto. Sarebbe meglio, dunque, non ripetere lo stesso errore oggi che, in Life After Google, il futurologo statunitense ci mette in guardia sulla fine del mondo per come lo conosciamo.

La tesi di fondo di Life After Google è complessa e quasi impossibile da riassumere in queste poche righe, ma in estrema sintesi Gilder sostiene che l’Era di Google (come «sistema del mondo») – fondata sui big data, sul “tutto gratis per tutti” e sulla rincorsa affannosa al sogno dell’intelligenza artificiale – sia ormai prossima alla fine. Big G è stata capace di attirare il mondo intero grazie a un motore di ricerca superiore a tutti gli altri e offrendo gratuitamente ai consumatori innumerevoli altri gadget (video, mappe, e-mail, calendari…). O almeno, questo è quello che sembra. In realtà gli utenti, invece di pagare direttamente, hanno rinunciato alla loro privacy, alla loro sicurezza e – soprattutto – al loro tempo. Il risultato è un mondo in cui le nostre identità, le nostre risorse e il nostro futuro sono affidati ad un sistema intrinsecamente fragile, infettato da bot, malware e pubblicità non desiderata. Un sistema destinato a fallire.

Google, come tutta la Silicon Valley, sarebbe insomma diretta verso l’orlo di un esaurimento nervoso. Ma non si tratta di una crisi soltanto economica. I progressi nel campo dell’intelligenza artificiale producono ormai deliri di onnipotenza e trascendenza, in élite spinte da una visione deterministica dell’universo che vedono la mente umana come un prodotto, imperfetto, di processi evolutivi casuali. E non vedono l’ora di sostituirla con i loro nuovi e perfetti algoritmi. In questo delirio d’onnipotenza, però, quelli che Gilder chiama “neo marxisti” (perché, come i loro antenati ottocenteschi, sono convinti di essere ormai vicini alla “fine della storia”) non si rendono conto che, rinunciando di fatto alla sicurezza e abbracciando la vacuità del cloud, hanno praticamente scritto l’ultimo capitolo della loro era. Perché il futuro è già arrivato. E si chiama “criptocosmo”: la nuova architettura (strutturalmente basata sulla sicurezza e sulla protezione dell’identità) della blockchain e dei suoi derivati, che disperderà le “nuvole” dei big data per distribuire il potere dei bit nel “cielo” degli uomini liberi. L’era di Google sta per finire. Allacciate le cinture.

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