Le infinite facezie di David Foster Wallace

David Foster Wallace e i lapsus, il 9/11, noi e la fine della storia. A dieci anni dalla morte dello scrittore il mondo è diventato una social era entro il cui mare si muovono dei giganti. Una realtà ridotta a On/Off e noi condannati alla richiesta continua di like. Eppure non si può resistere alla vita. È una malattia che, una volta contratta, porta irrimediabilmente alla fine.

Mauro Garofalo, scrittore, giornalista e fotoreporter, racconta il genio americano nel numero sette di ‘O Magazine.

“…Non si può resistere alla vita. È una malattia che, una volta contratta, porta irrimediabilmente alla fine. In molti hanno voluto vedere nel malessere pervicace, nello stato di turbamento di David Foster Wallace un sintomo; la depressione, il motore della sua enorme capacità di ampliare, allargare i confini, connettendo nomi, dimenticanze.

DFW il genio: «Mah», avrebbe risposto lui, l’erede di Thomas Pynchon, e Vladimir Nabokov: stessa volontà a scrivere staccando ogni parola alla rimozione. Agnosia della realtà, afasia dei pensieri. Impossibilità a rendere con le parole la ridondanza del mondo. E allora, per evitare di dimenticarsi delle parole mentre le dici, lui, DFW, le elencava. Per prendere tempo, rispetto alle parole, all’ansia di aspettarle, di contenerle, un fiume in piena da assecondare, compattare, educare nel senso classico del termine, filologicamente, portare per mano.

David voleva portarci fuori dagli schemi, per questo usava un lessico nuovo, “innovativo” avrebbero detto poi, postumi, i critici letterari sgomenti dalla morte prematura di un altro fallibile narratore che fatalmente, dopo la morte, avrebbero potuto ascrivere ai classici della contemporaneità: se il Novecento era ossessionato dal Tempo, «A noi è rimasto il monolocale e la crisi», la sintesi efficace di Jonathan Coe.

(*) «Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: “Salve ragazzi, com’è l’acqua?” e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”».

Cos’è realtà? Cosa la percezione? Cosa ci permette di riconoscere ciò che è vero da ciò che è falso?

Oggi suonerebbe come un inno alla necessità di distinguere la realtà dai fake, le post-verità. Campagne mediatiche costruite ad hoc per depistare, una storia vecchia come il mondo.

Ma è insito nella narrazione, nello storytelling direbbero alcuni, e DFW scuoterebbe la testa, e la bandana che – a suo dire – gli serviva per contenere i pensieri, che altrimenti gli avrebbero fatto scoppiare la testa. La bandana un accessorio rough, arrogante, da americano del Texas più che di un timido ragazzone di Ithaca, stato di New York…”.

Impensabile non leggere tutto il pezzo.

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2018-10-19T12:45:40+00:00

Redazione

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