L’arte di raccontare storie

L’arte di raccontare storie. Il teatro classico e il ruolo dell’attore come culla della cultura occidentale. La loro evoluzione e il loro Dna. Lo spettacolo era per tutti. Trasversale, esteso anche alle donne e agli schiavi. Seguirlo rappresentava un momento di relax per centinaia di spettatori che mangiavano, bevevano e parlavano di politica. Un po’ come accade oggi a una partita di calcio: un’abitudine che abbatte la parete del tempo.

Un viaggio straordinario raccontato sul numero otto di ‘O Magazine da Elena Fontanella.

“È lecito domandarsi fino a che punto si possa ritenere importante il ruolo dell’attore del mondo antico e quanto abbia potuto influenzare l’attuale recitazione? Certo il teatro classico per eccellenza, quello della grande commedia e della tragedia greca, ha oscurato l’esperienza latina basata più sull’improvvisazione che sulla creazione di testi indimenticabili. Così, la tradizione ellenica ci appare culturalmente più pura, in qualche modo maggiormente degna di offrire il proprio lascito ai posteri. Così esattamente non è. Per lo meno la lettura è più complessa di quanto appare. Già, perché se è vero che il concetto aulico di spettacolo si sviluppa all’interno della manifestazione a carattere religioso dei Ludi romani, con le saturae e i fescennini, nel tempo si va trasformando in un fenomeno poliedrico d’intrattenimento sociale.

Dall’età repubblicana fino a quella imperiale lo spazio teatrale era un campione rappresentativo dei gusti della popolazione poiché in grado di toccare trasversalmente tutti i confini geografici come tutte le categorie sociali (comprese donne e schiavi), per di più contando su un numero di spettatori rilevante. Quindi, antropologicamente parlando, partecipare ad una rappresentazione scenica portava in sé molteplici significati: dalla crescita culturale al recepimento di usi e costumi “altri”, alla condivisione di drammi o buoni sentimenti fino alla gestione dei conflitti interiori o sociali. E il tutto, ovviamente, scatenava emozioni contrastanti manifestate attraverso urla, fischi e lanci di pietre, cibo, oggetti oppure dal caloroso consenso dell’applauso che da sempre rappresenta l’impressione evidente del favor populi.

Ora, cerchiamo di immaginare cosa poteva provare un antico romano sedendosi nell’immensa coreografia, festosa e gaudente di un teatro. La confusione era al massimo. C’erano venditori d’acqua, vino, semi e cuscini; molti si portavano il cibo da casa per consumarlo durante gli spettacoli; gruppi di amici o di clientes si assiepavano sulle gradinate a parlare di politica o di affari; i giovani si schernivano in coro con gli altri settori. Insomma, migliaia di persone conversavano e si muovevano all’unisono in un frastuono assordante. L’ingresso era gratuito, ma per entrare era necessario aver ottenuto dal patrono sociale di turno la tessera lusoria, una piastra in osso con inciso il settore e il numero di posto assegnato. I comodi sedili in prima fila erano riservati ai senatori, le quattordici file retrostanti ai cavalieri, seguivano i posti popolari e quelli destinati alle donne, dove spesso preferivano sedersi i corteggiatori in cerca di occasioni amorose, come ricorda Ovidio…”.

E poi c’è tanto altro, raccontato sul numero otto di ‘O Magazine.

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2018-11-28T12:31:25+00:00

Redazione

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