La verità ti renderà libero

Il ricordo di David Foster Wallace a dieci anni dal suicidio. Il racconto di un flâneur del pensiero e del suo sguardo che si posava laddove qualcosa lo incuriosiva. Aveva 46 anni quando si è impiccato.

Amava scavare lì dove il Novecento era finito. Dopo il crollo delle ideologie, tra le macerie dell’occidente. David, ragazzo del Midwest, viveva lo stesso dramma di Kurt Cobain: essere il portavoce di una generazione troppo giovane per il secolo passato e troppo vecchia per il futuro

A raccontarcelo, sul numero sette di ‘O Magazine, è Vittorio Macioce.

«La verità ti renderà libero. Ma solo quando avrà finito con te». Non serve stare qui a dire perché uno si ammazza. L’ultima immagine di David Foster Wallace è un corpo senza vita che dondola, appeso a una corda. E anche questa, se volete, è una citazione letteraria. È una carta dei tarocchi e la poesia di Villon. È l’impiccato. Dicono che a trovarlo sia stata la moglie. Era lì, nella sua casa di Clermont, nel Sud della California. I frammenti di notizia parlano di un male cattivo allo stomaco, ma sono solo parole sussurrate, con tutta l’angoscia per l’addio di un uomo di 46 anni, che molti in America e altrove consideravano un genio, uno che come un cane randagio, con gli occhiali da nerd, un buon rovescio incrociato e la bandana in testa, scavava tra le macerie della cultura occidentale, tra i palazzi fatiscenti del Novecento, dopo la fine delle ideologie, il tramonto delle fedi, i nuovi paradisi, i frammenti di utopie, nei rivoli del passato che non sono ancora diventati futuro e stagnano, in quella melma dove ogni tanto si scorge qualche nuova forma di vita, un abbozzo di avvenire. David Foster Wallace era un flâneur del pensiero e il suo sguardo si posava dove qualcosa veniva lì a tentarlo, incuriosirlo. Non importa dove, non importa quando.

«Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive». La sua forza era in fondo tutta qui: spiegarti Wittgenstein o la meccanica quantistica partendo da un dritto di Agassi. E viceversa. «Il mio modus operandi – raccontava – è cominciare a lavorare su un sacco di cose diverse allo stesso tempo, e a un certo punto o prendono vita (ai miei occhi) oppure no. Una buona metà di loro non prende vita, e a me manca la disciplina o la forza di lavorare a lungo su qualcosa che mi sembra morto, per cui lo abbandono o lo metto via o rubo dei pezzi per altre cose. È tutto molto caotico, o almeno a me sembra così. Ciò che la gente alla fine legge di me è il prodotto di una specie di lotta darwiniana nella quale solo che per me sono vive vale la pena di finirle, sistemarle, editarle, copyeditarle».

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2018-11-06T12:26:27+00:00

Redazione

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