Una canzone, una storia, un mito. Ci racconta tutto, sul numero nove di ‘O Magazine, Edoardo Inglese, nella sua rubrica Chiave Inglese.

Non sei un nome di donna. Sei il nome di due donne in una.

Il sottile alludere ad uno dei giochi di proiezione della passione amorosa, erroneamente considerato prettamente maschile: vedere il volto della propria amata eroina nel corpo di una donna metadone.

Davanti alla caserma, davanti alla grande porta, c’era un lampione e sotto quel fanale non si incontravano solo fidanzate ma, più facilmente, prostitute, non a caso lucciole che, durante una guerra così crudele, orribile e feroce, erano anche infermiere, madri, amiche e, appunto, persino attrici di ogni amata lontana.

Qui, l’altra, invero, era un’infermiera, fidanzata di un altro commilitone.

Un nome la madonna, un nome la diavola.

Un nome l’amore lontano, un nome il sesso vicino.

Un nome più che ossimoro, convergenza parallela.

La prima guerra mondiale è stata la più mostruosa o, perlomeno – visto che sarebbe una competizione tra orrori piuttosto inutile – quella che ha lasciato un trauma maggiore agli europei ma, in fondo, per il poeta soldato di Amburgo, Hans Leip, il peggio doveva ancora venire, mentre scriveva i versi della Canzone di una giovane sentinella, prima di partire per il fronte russo nel 1915.

Facile immaginarlo nella garitta, che guarda già nostalgico il lampione, le due ombre che diventano una, e tutte le storie vissute sotto la sua luce, nei giorni precedenti la partenza. È una poesia di arrivederci pregna di addio, un bella ciao, all’amata e all’amante ma, pure, ad una consuetudine della vita militare in caserma, la guardia, per andare verso l’ignoto delle trincee in battaglia.

La raccolta di poesie che la conteneva, Die Harforgel (L’arpa), ha una normale fortuna che si ferma lì, alla grande guerra.

Più di vent’anni dopo, nel 1937, forse malintesa dal nazismo per l’ambientazione militare, la raccolta, abbastanza pacifista, viene ripubblicata in una collana di libri sulla guerra.

Lieselotte Bunnenberg, che si fa chiamare Lale Andersen, è un’aspirante cantante svedese che cerca fortuna nei cabaret di Berlino e Monaco. E una lettrice curiosa. Legge la raccolta e si innamora della storia di questa un po’ Lili un po’ Marleen. Chissà poi con quale interpretazione. Di sicuro non quella che fosse la nipote di Sigmund Freud – si chiamava Lili e sposò il regista Marlé – che non erano tempi da eroine ebree. Magari solo per l’assonanza Lili-Lale. A prescindere, a tutti i costi, quella poesia doveva diventare una sua canzone. Per un anno la canta su un motivo scritto da un amico, Rudolf Zink, che però proprio non decolla. Visto il primo fallimento, decide di andare sul sicuro e si rivolge al nazistissimo Norbert Schultze, compositore di regime e quindi di successo, esperto in marcette militari e di propaganda. Probabilmente non aveva molto tempo da dedicare a questa sua ex che lo pressava e così ricicla un suo motivetto, scritto per una pubblicità di un dentifricio.

Dopo un paio di tentativi con diversi arrangiamenti, la poesia Canzone di una giovane sentinella diventa la canzonetta Lili Marleen e, seppur stroncata dalla critica, ha un vivacchiante successo fino al 1941.

Intanto nel ‘39 era scoppiata la Seconda guerra mondiale e, con quell’attenzione ai media che contraddistinse i nazisti, a Belgrado si installarono degli antennoni potentissimi, con altri a rinforzare il segnale in Grecia, per avere una radio che coprisse tutti i fronti, dalla Russia all’Africa, in cui erano impegnati: la Soldatensender, che ovviamente trasmetteva informazioni e propaganda e, volendo essere pure di conforto e svago ai combattenti, anche molta musica.

Al direttore della radio che decideva quali brani mandare, un giorno arrivano un disco e una lettera di raccomandazione dal suo amico Erwin Rommel.

La volpe del deserto raccontava che una volta trasmessa nel campo africano, subito dopo una battaglia, quasi immediatamente, i soldati cominciarono a canticchiarla fino a unirsi in un rinfrancante coro.

L’amico direttore si fida, e nel ‘41 la trasmette e si diffonde con immediato entusiasmo tra i soldati. Lili Marleen con la voce di Lale Andersen diventa la fidanzata dei sogni di ogni riposo del guerriero. Tanto che, persino quando Goebbels in persona – che ne aveva capito il sottotesto antimilitarista o come minimo non di propaganda – ne blocca la diffusione, monta una tale protesta fra le truppe che sono costretti a ritrasmetterla e tutte le sere, per sigla di chiusura trasmissioni.

Alle 21.45.

Nel ‘42 avrà già numerose versioni in altre lingue, compreso l’italiano con i versi di Nino Rastelli e la voce di Lina Termini e popolarità a crescita esponenziale.

Fino addirittura tra i nemici, che la radio tedesca la sentivano tutti.

Il corrispondente di guerra John Steinbeck, scriverà: «Una canzone del genere si può solo lasciare andare dove vuole».

Lale Anderson, per questo involontario successo tra i nemici, sarà persino confinata in Svezia.

La beffa più grande, che strappò per sempre la poesia poi canzone ai nazisti (a Schultze furono comunque negati i diritti per trent’anni in quanto composizione di propaganda), per i te l’avevo detto di Goebbels a Rommel, arriverà nel 1945, quando anche Marlene Dietrich, cantandola in inglese e facendola sua per sempre, tra le truppe alleate in Germania, sarà sostenuta e avvolta dal più potente dei cori.

Ma queste sono altre storie di una storia straordinaria appena accennata.

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