La solitudine della nostra imperfezione

La solitudine della nostra imperfezione. La bellezza di un attimo quando le figure si animano e a volte sembra facciano chiasso in un perenne stato di solitudine. Per Marco Rossi, trentuno anni, con un passato all’Accademia di Brera, le radici sono importanti. Lavora in un garage ereditato dal padre vetraio. Dipinge, crea sculture e il suo disegno si fa materia tra spazi urbani e personaggi in movimento nello spazio. Ogni opera è avvolta da un profondo esercizio interiore tra paura di cadere e amore per gli affetti più cari.

Il suo animo ce lo racconta Miriam D’Ambrosio nel numero otto di ‘O Magazine, in cui intervista l’artista.

“Figure umane come ombre in perpetuo movimento, cariche di vita. Spazi urbani e solitudini avvolte da un vuoto in cui si manifestano presenze e segni, edifici, auto, cani, volti senza sguardo. La monocromia vince, il disegno è materia e lascia posto raramente a sfondi gialli e cadute di rosso che negano la luce.

«L’uomo è al centro, sempre, ma la sua presenza è una scusa per creare uno spazio mentale dove far accadere tutto – spiega Marco Rossi – tutto accade nel foglio; le figure si relazionano con il vuoto, gli spazi sono appena accennati. Anche lo sbaglio fa parte dell’opera. Io tendo a non cancellare perché l’errore è parte del lavoro».

In queste “mappe cerebrali” che sono le sue creature inquiete, il processo che c’è dietro è la parte essenziale. «Il pensiero lavora 24 ore su 24 – sottolinea Marco – anche quando un’opera mi sembra finita, a volte, ci torno perché mi appare incompiuta. È una continua tensione, una continua ricerca. Le mie sono opere veloci dal punto di vista pittorico e in questa urgenza espressiva non c’è mai compiacimento. Mi autolimito sulla parte tecnica, mi autocensuro».

I suoi organismi in divenire non conoscono stasi. Abitano in spazi dove galleggiano come frammenti fra traiettorie di errori visibili e non stanno fermi, non possono riposare. Fanno persino rumore: dal silenzio si passa al frastuono più assordante e poi i suoni si affievoliscono ancora lasciando percepire deboli voci umane.

«La mia è una sorta di indagine interna – continua l’artista – metto un sondino dentro me stesso e recupero profondità. Non mi interessa l’estetica, mi allontana dal fine della ricerca che è entrare in profondità. Non c’è una verità assoluta; il fine che cerchi si sposta e non è mai la stessa cosa, dipende dalla direzione che prende il lavoro. L’indagine interiore è tutto. Un quadro non è mai finito in se stesso, è una possibilità di aprire sviluppi nuovi».

L’interesse per l’arte, per la creazione, il comporre o lo scomporre, si è manifestato presto in questo giovane uomo di trentuno anni che ha scelto il percorso più congeniale per mettere fondamenta: liceo artistico e Accademia di Brera. Eppure, al di là degli studi più classici per un creatore d’arte figurativa, contano le radici, l’aria catturata, gli stimoli che ti arrivano volontariamente o no, e quello che un’inclinazione sa trattenere per arrivare al primo atto creativo…”.

Il resto dell’intervista sul numero otto di ‘O Magazine.

Abbonati subito!

2018-11-26T11:34:53+00:00

Redazione

Via Aldo Moro 481 - 03100 Frosinone

Editore: Fondazione 262

Via Aldo Moro 481 - 03100 Frosinone