Io sono DioZigo

Chissà cosa direbbe Cristiano Ronaldo di Gianfranco Zigoni. Chissà se lo prenderebbe per matto. O magari vorrebbe giocarci insieme. O forse contro, per sfidarlo a colpi che solo i fuoriclasse hanno. Probabilmente i bambini di oggi non lo conoscono nemmeno, ma Zigo manca a tutti gli amanti del calcio.

La sua è stata una vita spericolata. Il George Best italiano insomma o, come diceva lui, «George Best era come me all’inglese». Un poster vivente dalle giocate incredibili. Anarchico e ribelle ma dalla classe immensa. A Verona è stato un re e si aspetta che prima o poi lo stadio Bentegodi prenda il suo nome.

A raccontarci di quest’uomo, nel numero sette di ‘O Magazine, è Gianmarco Aimi, con delle splendide foto di Andrea Nuvoloni,

“…Quando si parla di “Zigo gol” non serve inventarsi nulla. Ha già fatto e detto tutto lui, nel bene e nel male. Basta seguire la scia luminosa della cometa rappresentata dal cristallino talento, con la quale ha inciso la storia del calcio italiano e in particolare le coscienze della tifoseria veronese; oppure cercarlo nel Quartiere Marconi in quel di Oderzo, in provincia di Treviso, da lui definito «il mio Bronx» e ascoltare i mille aneddoti su una vita straordinaria, nel senso che di ordinario non è successo niente, neanche per sbaglio. Chi lo ha visto giocare non ha dubbi ancora adesso: «Era uno spirito libero, fuori dagli schemi. Un talento e un personaggio», «classe e pazzia. Un genio del calcio mezzo matto», «poteva fare partite favolose o giocare malissimo. Ma se ne aveva voglia non ce n’era per nessuno», «non si allenava a sufficienza, fumava, beveva, gli piacevano le donne e ha sfasciato molte macchine», «una volta si è presentato in panchina con una pelliccia e un cappello da cowboy davanti a 30mila spettatori», «amava sparare, era un cavallo pazzo», «un simbolo. Un Re. Come lui non c’è più stato nessuno».

Sono solo alcuni dei commenti che si possono raccogliere girando per le strade di Verona e facendo il suo nome, naturalmente a chi presenta qualche capello bianco. Perché l’attaccante mancino imperversò sui campi italiani fra gli anni Sessanta e Settanta, fra colpi da fenomeno e comportamenti istrionici che anticiparono molti dei cliché ormai comuni a molti sportivi a seguire. Fu il primo, per esempio, a presentarsi con le scarpe rosse, la maglietta aderente e i pantaloni strappati in un periodo in cui l’omologazione era la norma, oppure a rimanere con le mani sui fianchi per interminabili minuti in segno di sdegno per un passaggio sbagliato o a fermarsi completamente per interi spezzoni di gara perché stufo di continuare il match. Insomma, Zigoni era un poster vivente. Il primo. Forse l’unico che l’Italia abbia avuto…”.

C’è tanto di più da scoprire. Una storia incredibile fatta di tanti episodi che hanno segnato la storia del calcio. Sul numero sette di ‘O Magazine.

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2018-10-19T10:11:49+00:00

Redazione

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