Io, Chiara Ferragni e l’insalata

È notizia del giorno il fermento nella maison di Chiara Ferragni, con il divorzio professionale della fashion blogger da Riccardo Pozzoli, con il quale aveva mosso i primi passi imprenditoriali. Come scrive Il Sole 24 Ore Radiocor, Pozzoli è uscito sia dal consiglio di amministrazione della Tbs Crew, l’azienda che gestisce il blog The Blonde Salad, sia dalla compagine societaria.

Sul numero due di ‘O Magazine, lo stesso Pozzoli aveva scritto proprio di The Blonde Salad. Eccoli qui, tutti i segreti dell’insalata bionda, nel pezzo che pubblichiamo per intero qui sul blog.

Quando io e Chiara abbiamo fondato The Blonde Salad avevamo una vision molto chiara: nella nostra testa c’era l’immagine di un gruppo di ragazzi cool che girava il mondo raccontando di moda. Non c’era ancora nulla di quello che sarebbe venuto dopo: il nostro era ancora soltanto una specie di sogno a occhi aperti, e noi eravamo solo due ventenni nel soggiorno di casa, ma eravamo così concentrati su quell’immagine che abbiamo lavorato sodo perché prendesse vita nel mondo reale. Con Foorban è stata la stessa cosa: io, Stefano e Marco ci siamo detti che non volevamo fare un altro food delivery, ma proporre un modo nuovo di mangiare a Milano, e tutto quello che abbiamo fatto e stiamo facendo va in quella direzione. Quando abbiamo iniziato a pensare a Foorban, vedevamo già le vespe con il nostro logo in giro per la città, vedevamo i clienti che consumavano le nostre bowl prima ancora che decidessimo cosa ci sarebbe stato dentro. Naturalmente, man mano che la nostra idea ha preso concretezza, molte cose sono cambiate rispetto al progetto iniziale: fare i conti con la realtà significa anche dover aggiustare il tiro rispetto a quanto si era immaginato. Il cuore di ciò che stiamo facendo, però, non è mai cambiato, perché realizzare qualcosa – che si tratti di una startup o di qualunque altro tipo di progetto – significa appunto dare coerenza e concretezza alla vision che si ha in mente, mettendo in campo tutta la libertà mentale che serve per lasciar correre la propria fantasia verso un orizzonte che si è fissato come il proprio punto di arrivo. Perché alcune persone riescono ad avere la vision e altre no? In parte è una questione di carattere, ma direi che dipende soprattutto da un insieme di variabili che devono combinarsi tra loro: l’educazione, il background e le esperienze. Aiuta avere avuto accanto persone che ci insegnano a sognare, non ci mettono limiti, non ci influenzano con la loro mentalità chiusa.

(…) È importante avere al nostro fianco persone in grado di consigliarci, magari anche persone molto lontane da ciò che stiamo facendo. Certe volte si capisce insieme che è la strada giusta, altre invece che è quella sbagliata. Spesso confrontarci con qualcun altro serve anche solo a testare la nostra reale convinzione, senza dover necessariamente trovare il sostegno e la comprensione altrui o fargli cambiare idea. Anche perché è possibile che una cosa non sia giusta in assoluto, ma magari lo è per noi, e questo è ciò che conta di più e che alla fine la rende giusta.

La capacità di avere la vision, comunque, si può allenare: in questo senso aiuta molto fare tante esperienze, non rimanere sempre chiusi nel proprio guscio e conoscere realtà diverse.

Per quanto mi riguarda, una delle cose che hanno plasmato di più il mio modo di ragionare è stato fare tanti traslochi. So che, detta così, può sembrare una follia, ma in realtà la casa è una delle cose più importanti nella nostra mente e nella piramide delle necessità umane è al secondo posto dopo il cibo. È il simbolo delle nostre radici, delle nostre sicurezze. E a trentun anni a me è già capitato di cambiare casa almeno una quindicina di volte. Questo mi ha abituato a pensare che non è così impossibile cambiare le cose, perché se ogni volta sono riuscito ad abbandonare quello che simbolicamente viene percepito come il nucleo di ciascuno di noi e a ripartire, allora il cambiamento è sempre possibile. Ed è una cosa che vale a livello personale, chiaramente, ma anche a livello lavorativo. È sempre possibile ripartire intraprendendo una strada nuova, un nuovo progetto. Per farlo non si deve avere paura di cambiare, di rischiare e di sognare. E bisogna anche avere il coraggio di mettere l’ostacolo abbastanza lontano, perché se lo si mette troppo vicino magari lo si raggiunge con troppa facilità e poi diventa un problema identificare e preparare tutti i passi successivi. Allo stesso tempo però bisogna anche avere pazienza, perché, come dicevo, avere la vision significa vedere qualcosa che non esiste, che è spostato nel tempo.

Ovviamente la lunghezza del lasso temporale dipende da tante cose, prima tra tutte il tipo di progetto: se il mio sogno è fare il vino, devo essere consapevole che è un’attività che richiede fisiologicamente un bel po’ di tempo. E a quel punto ci vuole anche perseveranza, per non mollare prima di aver raggiunto l’obiettivo. Le varie frasette motivazionali che ci vengono propinate dappertutto hanno finito per diventare ridondanti e noiose, ma è davvero essenziale non mollare mai, perché se si ha la vision tutto è possibile. Parlo comunque di sogni realizzabili, per i quali non esistano ostacoli oggettivamente invalicabili, il cui superamento non dipende da noi. Per il resto, sono convinto del fatto che siamo in un momento storico nel quale ogni sogno può diventare realtà. Naturalmente ci può volere più tempo del previsto, forse anche una vita, e bisogna essere disposti a pagarne il prezzo – perché un prezzo da pagare c’è sempre – ma alla fine ci si può arrivare.

Anche questo è un elemento concreto che secondo me bisogna tenere presente: può capitare che le dinamiche della propria vita privata entrino in conflitto con le proprie aspirazioni professionali, e a quel punto sta all’individuo scegliere cosa fare. Almeno una volta mi sono trovato in una situazione in cui, per portare a compimento un sogno lavorativo avrei dovuto pagare un prezzo molto alto sul piano personale… e ho deciso di non farlo. Ma non c’è mai una risposta che valga per tutti o per qualunque momento della vita. Come dicevo, avere la vision non è una cosa da tutti, anche se ci si può allenare a svilupparla. Andrea Lorini, che è un mio caro amico da tanti anni e adesso è l’amministratore delegato di Chiara Ferragni Collection, mi dice sempre che io e lui potremmo lavorare insieme per tutta la vita, perché io sono quello che ha la vision, mentre lui è quello che fa tornare i conti. Però è importante che chi ce l’ha la sappia delineare in maniera corFare i conti con la realtà significa anche dover aggiustare il tiro rispetto a quanto si era immaginato fino a quel momento retta e che, una volta che l’ha definita, tutto quello che fa sia mirato alla sua realizzazione.

Delineare la propria vision è la cosa più difficile in assoluto, perché nel tempo può evolversi, ma non deve mai snaturarsi. Se si cambia bruscamente direzione, infatti, tutto ciò che si è fatto fino a quel momento sarà stato solo uno spreco di tempo, risorse ed energie.

La vision ti permette di rendere l’idea un’azienda. Ma ciò che permette di arrivare a un’idea sono la sensibilità, la curiosità, l’apertura mentale e sì, anche il contesto.

Vivere in un contesto stimolante, che ti spinge a esercitare la tua creatività e a essere sempre curioso, è un vantaggio innegabile, ma naturalmente bisogna avere le giuste peculiarità caratteriali per essere in grado di cogliere e far fruttare questi stimoli. L’uomo è curioso per definizione, è un esploratore, un viaggiatore, un conoscitore, altrimenti il progresso non sarebbe stato possibile. Questa capacità di esplorare ce l’hanno tutti dentro, perché se ci è arrivato un uomo allora ci possono arrivare anche tutti gli altri. Solo che non tutti hanno il coraggio, la capacità e la libertà mentale di tirarla fuori.

Quando ho pensato a The Blonde Salad, avevo una fidanzata che amava fotografare i propri look e postarli online. Io capivo il senso di quello che faceva e, come ho già detto, in quel periodo il mio lavoro consisteva nell’analizzare tutti i giorni blog specialistici e nell’occuparmi di comunicazione sul web. L’ambito era diverso, perché si trattava di giardinaggio e non di moda, ma in fondo io avevo già una certa dimestichezza con i social, perché durante la mia adolescenza impazzavano Badoo, Netlog e msn. Ero già proiettato su quelle realtà e quindi, al momento giusto, ho visto tutte le trame che s’incastravano perfettamente, ho visto i puntini che si univano. Secondo me i “puntini” te li danno il background e le esperienze di vita, e queste sono cose che ci si può procurare, perché, se si vuole, la possibilità di esplorare ce l’hanno quasi tutti.

(…) Penso che il fatto che non esista una correlazione diretta tra lo stimolo e una nuova idea sia una cosa bellissima, perché significa che l’ispirazione può arrivare davvero da dove meno te lo aspetti. L’idea non basta. Quando mi capita di parlare con aspiranti startupper, mi rendo conto che hanno un po’ il mito dell’idea vincente.

Se è vero che alla base della creazione di una nuova azienda ci deve essere un’idea, è vero anche che ormai sta diventando quasi impossibile inventarsi qualcosa di nuovo. Quello che fa la differenza è la messa in pratica dell’idea. Ritengo che questo sia un concetto più attuale, meno naïf e decisamente più complesso… nel senso che un’idea può anche essere geniale, ma nel momento sbagliato, sul mercato sbagliato, con il team sbagliato, non va da nessuna parte. Al contrario ci sono idee meno interessanti, ma che sono messe in pratica talmente bene da riuscire a raggiungere risultati eccezionali. Il vero vantaggio, più che avere l’idea del secolo, è avere la concretezza per riuscire a metterla in pratica nel modo giusto.

Grazie alle esperienze che ho avuto finora, mi sono reso conto che anche i possibili investitori la vedono così e, più che valutare solo l’idea in sé, si chiedono se chi hanno di fronte sia in grado di realizzarla. A loro generalmente non interessa che sia una novità dirompente, né se i numeri tornano tutti o se il business plan è perfetto, perché investono sulle persone. È quello che è successo a me, Stefano e Marco quando abbiamo cercato investitori per Foorban: ci hanno voluti incontrare tutti e tre per capire se davvero era il team adatto a trasformare quell’idea in un’azienda. Quando mi chiedono dove abbiamo preso l’ispirazione per Foorban mi viene sempre un po’ da ridere. Perché abbiamo riprodotto il modello di business di una startup newyorkese, Maple… che è fallita clamorosamente nel giro di due anni!

Maple è nata da un’idea del celebre ristoratore e imprenditore David Chang e ha debuttato a Manhattan nell’estate del 2015, proponendo un servizio di alto livello con pranzi gourmet cucinati in un ristorante dedicato e consegnati al cliente nel giro di un quarto d’ora. Maple ha avuto un successo enorme, sono arrivati a fare venti milioni di fatturato l’anno, ma poi sono falliti. Il problema è stato che, per prendersi tutto il mercato, avevano abbassato il prezzo dei loro piatti portandolo a nove dollari.

Ovviamente era una scelta insostenibile dal punto di vista economico. Con un business del genere, dove la materia prima ha un prezzo molto più alto rispetto a quella dei competitor che offrono un prodotto più standard, e con i costi legati alla consegna in un’area come Manhattan, era impensabile fare la lotta dei prezzi: non potevano restare in piedi. Infatti al terzo round di finanziamenti gli investitori si sono rifiutati di continuare a foraggiare.

La storia di Maple contiene vari insegnamenti, per esempio che bisogna avere un posizionamento corretto e capire esattamente qual è il proprio target.

È chiaro che un prodotto del genere non va proposto alla massa, ma a chi è più sensibile alla qualità e alla salubrità delle materie prime, è disposto a spendere un po’ di più e ne ha la possibilità. Secondo me, in ogni caso, la lezione più importante di tutte è questa: un’idea può anche essere giusta, ma dopo bisogna fare bene anche tutto il resto, perché ogni fase della creazione di un nuovo business ha le sue insidie.

2018-09-20T13:03:28+00:00

Redazione

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