Il mito del calcio da cortile

Il calcio è passione pura, arte, tecnica, tifo. È quella cosa che ti manda a mille il cuore, quando sei in piedi sul divano straziato dall’adrenalina il giorno del derby. O sugli spalti allo stadio mentre ti guardi col vicino di posto e lo abbracci forte dopo il gol. Giocare il calcio da cortile è, allo stesso tempo, dedizione. Ma in questo caso le regole non contano. Semplice.

Si gioca senza esclusione di colpi. È questa la storia raccontata da Vittorio Macioce nel quarto numero di ‘O. Un luogo dove vince il più forte. Dove la legge della giungla domina sul fair play e tu tifi sempre ma da giocatore, radendo al suolo qualsiasi tipo di galanteria. E consumando l’ennesima suola del paio di scarpe comprato dalla mamma. In fondo si tratta di un luogo dove ognuno parcheggia le proprie illusioni. Il posto dove da bambino hai dato per la prima volta calci a un pallone e in cui sogni San Siro, o forse il Maracanà. Si gioca per ore, ma è solo una partita. Quando ci sono abbastanza soldi si compra il Super Santos, altrimenti c’è il Super Tele.

«Lo chiamavano i “cappuccini”, perché lì un tempo c’era un convento di frati. Era solo un cortile, quattro lati tagliati male, da una parte la scuola elementare, di fronte un cancelletto di ferro, che serviva da porta, con le traverse ad angolo, ai lati un muro e una ringhiera. Era tutto qui, con il terreno di gioco in cattivo cemento e la breccia finissima nelle zone più consumate e lì di solito si scivolava. Tutto qui.

La prima partita cominciava verso le sette e trenta, prima della campanella ed è stata l’ultima volta nella tua vita che sei arrivato da qualche parte in orario. Era poco più di un riscaldamento. Alle due e mezza del pomeriggio si giocava qualcosa di più serio. Qualche volta si riusciva a mettere su una squadra di cinque contro cinque, ma d’estate quasi sempre ci si riduceva a poche anime con i portieri volanti.

La partita seria si giocava alle quattro d’inverno e dopo le sei d’estate. Qui c’erano quelli più grandi, gente di quattordici o quindici anni e, perfino, qualche diciottenne che non riusciva a dimenticare il passato. Queste erano partite quasi senza spazi, si arrivava a giocare come nei campi veri, undici contro undici e anche di più. La parità era una possibilità, non una regola. Nelle giornate più affollate ci si poteva ritrovare anche in impensabili duelli 13 contro 12. Chi arrivava, entrava…»

2018-07-09T13:21:02+00:00

Redazione

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