Il canto malinconico di Lou Reed

Il canto triste di Lou Reed nel circo psichedelico del rock. Nel numero di luglio di ‘O Magazine, Alessandro Gnocchi porta per mano il lettore alla scoperta di ciò che è stato il cantautore, chitarrista e poeta americano.

Politica, sesso e whiskey. La sua vita e le sue contraddizioni. Gli anni settanta, i rapporti con la Factory di Andy Warhol e le difficoltà con i Velvet Underground. Le droghe, l’astinenza il rapporto conflittuale con la famiglia. I grandi successi, le cadute e soprattutto le poesie raccolte in un piccolo ma prezioso libro dal titolo Do Angels Need Haircuts?

Una chicca di questo numero i tre inediti dell’artista tradotti per ‘O da Matilde Casagrande. Una rarità per quanti hanno amato le melodie e i versi di questo artistica, ma anche per quanti sono semplicemente affascinati da musica e poesia.

Scrive in un passaggio del pezzo Alessandro Gnocchi. “La contraddizione non deve stupire.  È nel carattere di Lou. Anche il controllo è nel carattere di Lou. Se non può controllare qualcosa, la distrugge e riparte da zero. La sua carriera musicale è proprio così, un saliscendi vertiginoso tra grandi successi e altrettanto grandi cadute. David Bowie, che da tempo suonava I’m Waiting for the Man, uno dei classici del repertorio Velvet, decide di prendersi in carico, assieme al chitarrista Mick Ronson, la produzione dell’amatissimo Reed. Il risultato è noto a quasi tutti: Transformer, l’album di Walk on the Wild Side, Vicious, Perfect Day e Satellite of Love. È un successo. Lou Reed prende subito a detestare il disco perché suonava come se fosse di Bowie. Cosa vera solo in parte, visto che Transformer non naviga troppo lontano dalle acque glam di Loaded. A questo punto, mentre la casa discografica si aspetta un Transformer 2, Lou recluta il produttore Bob Ezrin per mettere in musica un drammone, ambientato a Berlino, su una coppia che abusa di tutto: sesso, violenza, droga. L’atmosfera è quanto mai decadente, il suono è in continuità con i Velvet, anche se si sente la mano di Ezrin nelle aperture orchestrali e nella teatralità di alcuni brani. Restano nelle orecchie dell’ascoltatore le urla e i pianti dei figli della coppia. Dal punto di vista commerciale è un bagno di sangue. Inoltre la stampa fa a gara per la stroncatura più feroce. Oggi Berlin è considerato uno dei miglior dischi della storia del rock”.

Per il resto, ‘O Magazine di luglio.

2018-07-20T14:07:07+00:00

Redazione

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