Il calcio volante del lupo solitario

È testa e gambe, pensiero e sudore. È ritmo e sforzo. Prevedere le mosse e colpire. Poi, se sei più bravo dell’avversario, semplice: hai vinto. Altrimenti ti tocca penare e leccarti le ferite. Perché basta il tempo di un lampo e sei già a tappeto.

No. Non è questa la vita che speravi, ma c’è chi può insegnarti a rialzarti da terra e a colpire più forte. Come in uno di quei vecchi film di arti marziali orientali, il calcio volante ti insegna a campare. Questa è la storia di un campione italiano. Una vita fatta di allenamento e disciplina. Un ragazzo iperattivo che trova il suo mondo ideale nel Taekwondo. Carlo Molfetta prima era Baby. È il suo maestro, da bambino, a battezzarlo così: un bimbo che sul tatami trova il suo richiamo della foresta. Poi diventa per tutti il Lupo. E si fa conoscere in tutto il mondo. Quella di cui stiamo parlando, il Taekwondo, appunto, è un’arte marziale coreana. Uno sport da combattimento nato fra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. È sport nazionale in Corea del Sud, lo sapevate? È basato principalmente sull’uso di tecniche di calcio.

Rappresenta l’arte marziale che conta il maggior numero di praticanti in tutto il mondo. Combina tecniche di combattimento volte alla difesa personale e pratiche di meditazione. È una disciplina agonistica riconosciuta come sport olimpico. E questo Molfetta lo può testimoniare. Le radici affonderebbero nella pratica del Taekkyeon, un rito quasi, praticato in Corea nei tempi antichi soprattutto per esigenze di autodifesa diffusa tra i guerrieri. Ma non divaghiamo. Carlo Molfetta, dicevamo. È un atleta. Un campione, lo avevamo già detto. Ciò che manca e che vale aggiungere in queste poche righe, è che nel 2012 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Londra. Questa vuole essere solo l’introduzione a un racconto, scritto da Andrea Caterini per ‘O Magazine nel quarto numero. Quello di giugno. Non vi sveliamo altro. Andate e leggetelo tutto d’un fiato. Ne vale la pena!

2018-07-05T20:18:19+00:00

Redazione

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