I monaci e il sogno della camicia

I sogni delle persone, a volte, sono i più impensabili. Quelli che non ti aspetteresti, che non sai, che nemmeno immagini. Per alcuni monaci del Laos, quelli in veste arancione, il sogno è quello di una camicia. Una semplice camicia. Quella indossata dai turisti che ogni giorno li osservano a un passo dalla loro vita.

A Luang Prabang per guadagnare bene, istruirsi e vincere la povertà c’è un’unica strada possibile: prendere i voti. Ai ricchi non frega nulla della religione, ma in questa parte di Paese socialista l’unico modo per emanciparsi veramente è darsi al buddismo. Scegliere la strada della religione è quasi obbligatorio. Quando non sono le famiglie a decidere, sono i ragazzi stessi ad autoimporselo.

Il reportage è di Sveva Biocca per il numero 6 di ‘O Magazine.

“…Quando hanno otto anni sono mandati nei monasteri per studiare e pregare. Si vestono di arancione obbligatoriamente fino ai vent’anni e solo allora possono decidere se svestirsi o meno. Piccola digressione: si dice spesso che il saio sia arancione perché questo è il colore che favorisce la concentrazione mentale e quindi che allontana dalla libido, ma in realtà la storia è un’altra e molto meno filosofica o profonda. Arancioni erano i sudari con cui erano avvolti i cadaveri pronti per la cremazione. I monaci, non potendosi comprare vestiti, raccoglievano i brandelli di stoffa sfuggiti al fuoco e quindi, ancora oggi, si vestono di arancione.

Dunque, a vent’anni bisogna decidere e molti scelgono i denudarsi e concedersi alla vita che oggi possono osservare anche su Facebook. Hanno la loro valigia, pronta e vuota, che vogliono riempire di ulteriore istruzione e camicie nuove. Eh sì camicie, perché è una delle cose materiali che più desiderano oltre la carne. Vedere gli stranieri con le camicie, di lino, colorate, strane, aperte o chiuse fino all’ultimo bottone, li fa impazzire. La camicia sembra essere il loro simbolo di emancipazione, come potevano essere i pantaloni per le donne negli anni ’60. Si spogliano dell’arancione e il ricatto finisce.

Prima di spogliarsi c’è però il fattore turismo che per un verso sicuramente migliora le loro vite: i turisti portano vitto e soldi attraverso un sistema di beneficenza diretta; per un altro verso però, proprio questo fare beneficenza (chiamiamola così solo per far capire il gesto di donare qualcosa) comporta una banalizzazione e mercificazione della vita stessa del monaco. Così si crea la seconda parte del terzo ricatto.

Ogni mattina a Luang Prabang i monaci scendono dai monasteri e, a suon di gong, sfilano per le strade. Silenziosi e veloci, attraversano il villaggio che si illumina ma che è sveglio già da un pezzo. Ad accoglierli, con fare abituale ma non stufo, i cittadini e insieme con loro la marea di turisti che sono riusciti a svegliarsi in tempo. Il motivo è la razione di cibo giornaliera. I monaci portano a tracolla cesti simili a quelli di vimini, ma più raccolti e bombati. La gente, seduta a terra, al loro passaggio pone dentro questi cesti principalmente riso e biscotti. Il riso e i biscotti sono il simbolo del terzo ricatto.

Riso e biscotti sono venduti ai turisti da piccole, operose donne a prezzi frivoli per “i turisti in camicia”, ma con i quali laggiù si potrebbe comprare ben altro: confezioni di uova o di carne di pollo (la carne rossa quasi non esiste). I turisti non ci pensano, si siedono e assumono un atteggiamento serio e sommesso, da brava gente che sta facendo beneficenza. I monaci – e sono tanti, parecchi dei quali molto giovani – passano, racimolano cibo ma la verità è che avrebbero bisogno di altro: proteine, soldi, finanziamenti per l’istruzione. Qualche turista più lungimirante lo fa. Invece che andare alla sfilata si reca nei monasteri in cui vivono i novizi, improbabili futuri monaci, e vede quello che nessuna sfilata può far raccontare”.

Il resto del reportage sul numero

2018-09-12T10:43:55+00:00

Redazione

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