Gli strilli delle dodici scimmie

 Gli strilli delle dodici scimmie è il titolo per la rubrica di cinema e tv curata per il numero sette di ‘O Magazine da Amleto de Silva, scrittore, autore, blogger e vignettista. La lanterna di Amleto è dissacrante e nello stesso tempo puntuale, innovativa e tutta da leggere.

Per chi, come me, guarda le serie tv anche per motivi professionali, è abbastanza chiaro che siamo in una fase di passaggio. Stiamo andando verso una nuova fase, che potremmo definire di consacrazione definitiva, ma navighiamo ancora nella nerditudine, quella palude meravigliosa che ti fa scoprire cose che non avresti mai immaginato ma che, essendo frequentata da nerd permalosissimi, dopo un po’ stanca: non so quanti di voi hanno la voglia o la salute per cominciare una faida tra amanti e detrattori di Lost (che personalmente considero un abominio) o di Game of thrones (che mi lascia sempre un po’ meh). Poi c’è la critica cosiddetta ufficiale, vale a dire quella batteria di Dodici Scimmie* che comincia a guardare le serie tv soltanto adesso, forte del fatto di aver visto, in gioventù, Il segno del comando con Ugo Pagliai. Insomma, il consiglio è: non fidatevi della critica (se proprio dovete, meglio i nerd delle Dodici Scimmie) e tenete la mente aperta. I generi stanno scomparendo: non è detto che una serie apparente drammatica non possa avere forti risvolti comici, nessuno vi assicura che le cose belle non vengano stroncate (vedi Disenchated di Matt Groening vs. quei babbei del New Yorker), e soprattutto le sitcom classiche, quelle da tv generalista con le risate preregistrate, vanno ridefinendo i loro canoni, sulla scia di The Big Bang Theory e Community. Prendete, per esempio, A.P.Bio (che poi significa Advanced Placement Biology, cioè Biologia di Base): è la storia di un professore universitario in Filosofia che, visto che un collega gli ha soffiato la cattedra, accetta un lavoro come insegnante di Biologia di base in un liceo della sua cittadina di provenienza. Ora, vi aspetterete la solita cosa: lui si innamora del suo lavoro, dei suoi ragazzi, di una collega avvenente, la sposa e vincono tutti diabeticamente contenti. Ora, in A.P.Bio un po’ di questa minestra riscaldata c’è, eccome, se non fosse che: il protagonista, Jack, è uno che ha perso la cattedra perché è un accidioso fancazzista, mentre la sua nemesi, un inglese che ha scritto un bestseller filosofico for dummies e che ha avuto la cattedra, è un bonaccione, convinto che Jack sia suo amico. E invece Jack, invece di fare il lavoro per cui è pagato, ogni mattina si presenta in classe in pigiama e obbliga i suoi alunni (tutti nerd) a escogitare meschini piani di vendetta contro l’albionico usurpatore. E a nulla valgono i tentativi del preside (il sempre magnifico Patton Oswalt), che lo adora e cerca in ogni modo di farlo lavorare: Jack è bellino e atletico (lo si intuisce solo, perché sta sempre in pigiama), e Patton è Patton, cioè buono e cicciotto, e quindi soccombe. Insomma, questa è una serie con un protagonista meschino che fa cose meschine e stupide, però allo stesso tempo è anche una sitcom con una struttura assolutamente classica. Le cose, come vi dicevo, stanno lentamente cambiando, anche nel mainstream. Ci vorrà tempo, ci vorrà pazienza, e sarà necessario tapparsi le orecchie per non sentire gli strilli indignati delle Dodici Scimmie.

*È così che David Foster Wallace chiamava i giornalisti più prestigiosi e sussiegosi al seguito della campagna elettorale di McCain: dodici blazer blu impeccabili e senza una piega.

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2018-10-18T13:15:52+00:00

Redazione

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