Fuoricentro. Voglio vivere a Suburbia

Lo scontro è sempre lo stesso, come ai tempi di Le Corbusier e Lloyd-Wright. Imporre dall’alto un ordine perfetto o scendere al livello degli individui e delle loro aspirazioni? Apologia di un compromesso tra città e vita rurale.

Pubblichiamo integralmente a pochi giorni dalle elezioni Midterm, una storia americana scritta dal nostro direttore Andrea Mancia sul numero due di ‘O Magazine.

È il 2004. Per descrivere le due facce di una nazione estremamente polarizzata alla vigilia delle elezioni presidenziali, gli inviati dell’Economist John Micklethwait e Adrian Wooldridge – con lo stupore un po’ snob tipico degli osservatori europei – descrivono nel libro The Right Nation due distretti del Congresso statunitense dominati rispettivamente da democratici (in California) e repubblicani (in Illinois). «La differenza – scrivono i due giornalisti britannici – è impressionante. Il primo, nel centro di San Francisco, è parte integrante dell’America verticale: una terra di svettanti grattacieli ad alta densità abitativa. Il distretto dell’Illinois appartiene all’America orizzontale e i suoi cittadini sono il prototipo della normalità. San Francisco è uno dei posti più belli del pianeta, con tutte le attrattive della vita civilizzata, dai deliziosi ristoranti agli splendidi musei. Eppure la città sta attraversando un lungo periodo di stagnazione. Al contrario, la piatta e noiosa marcia di nuove case che va dai Great Plains fino alla periferia di Chicago è in vertiginosa crescita». «I sobborghi – scrive David Brooks in Happy Days. Questa è l’America – si stanno estendendo sempre più velocemente e sempre più lontano, al punto che molte località extraurbane hanno ormai spezzato ogni legame, liberandosi dalla forza di attrazione gravitazionale delle città. E ora fluttuano in un nuovo spazio lontano da esse».

Nel 1950, solo il 23 per cento degli americani viveva a Suburbia. Oggi la popolazione delle periferie residenziali supera quella delle città e delle campagne messe insieme. Ai 44 milioni di abitanti delle core cities, si contrappongono i 122 milioni di americani che hanno scelto di vivere in un sobborgo. E negli ultimi anni il fenomeno, malgrado l’esplosione della bolla immobiliare, non ha subito rallentamenti. I cittadini statunitensi continuano a spostarsi, non solo dal Nordest e dal Midwest verso il Sud e il Sudovest, ma soprattutto dalle zone urbane ad alta densità verso l’esterno. «C’è una massa di persone – scrive Brooks – che non vive in città, ma non fa nemmeno il pendolare avanti e indietro verso e dalla città, non va al cinema in città, non mangia in città, o non ha alcun contatto significativo con la vita urbana. Non sono né di campagna, né di città, né residenti di una zona dormitorio. Stanno mappando un nuovo modo di vivere». Nelle città americane, in linea di massima, restano i poveri che non possono permettersi di andarsene e i ricchissimi che possono permettersi di rimanere. E non si tratta di un fenomeno solo a stelle e strisce. Quasi tutte le 34 “megacittà” (aree metropolitane con una popolazione superiore ai dieci milioni) sparse nel nostro pianeta hanno conosciuto, negli ultimi anni, un declino più o meno marcato della densità abitativa. Dal 1960 ad oggi, oltre il 90 per cento della crescita di popolazione a Tokyo è avvenuta in aree suburbane. In Canada questa percentuale è addirittura superiore.

In Australia, nonostante decenni di politiche urbanistiche disegnate per incrementare i flussi demografici verso zone a sviluppo “verticale”, le città perdono forza d’attrazione a favore dei sobborghi. Perfino nella cara vecchia Europa, spesso presa a paradigma dello sviluppo urbanistico ad alta densità, le aree fuori dalle città attirano la maggior parte della migrazione domestica. Dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, la crescita nei sobborghi ha superato quella dei centri città in metropoli come Amburgo, Milano, Parigi, Rotterdam e Copenhagen. In quarant’anni, i sobborghi di Madrid sono cresciuti del 450 per cento (contro il 5 per cento nel resto della città). Stessa cosa a Tolosa e a Zurigo. E, ultimamente, anche nelle aree metropolitane in Cina e nel Sudest asiatico.

Il trend, insomma, sembra essere globale. Del resto, è proprio questo il processo organico con cui le città si sono espanse fin dall’alba della civiltà umana: a meno che non sia costretta da forze esogene, la crescita avviene soprattutto in periferia. L’epoca contemporanea non fa eccezione. Alla fine tutto si riduce allo scontro tra la visione di Le Corbusier e quella di Frank Lloyd-Wright. Tra l’idea di imporre dall’alto un ordine perfetto e quella di scendere al livello degli individui (e delle famiglie) per intercettarne bisogni e aspirazioni. Perché non è scritto sulla pietra che le grandi metropoli siano posti migliori per vivere rispetto ai sobborghi, alle periferie extraurbane, alle piccole città e alle zone rurali. O viceversa. Dipende dalle singole scelte delle persone e dei loro nuclei familiari, dalle possibilità economiche di ciascuno e – spesso – anche dalla fase della vita che si sta attraversando. Nel suo The Human City. Urbanism for the rest of us, Joel Kotkin ripercorre velocemente le trasformazioni del ruolo della città nella storia. Prima come fulcro del potere religioso, poi come strumento della potenza imperiale, crocevia del commercio, snodo di produzione industriale, infine come consumer city che – abbandonato il proprio ruolo economico tradizionale – cerca di attirare gli abitanti con la sua offerta di cultura, lusso ed entertainment. «La città moderna – scrive Kotkin – vuole creare il luogo ideale per giovani hipster e abitanti anziani più sosfisticati, diventando una sorta di Disneyland per adulti, piena di ristoranti chic, negozi e festival artistici, in cui la percezione diventa ancora più fondamentale della realtà».

E la cruda realtà è che decenni di leggi draconiane sulla lottizzazione dei terreni e di spinta disperata verso l’utilizzo dei trasporti di massa non hanno cambiato le preferenze di base delle persone. Giovani, single e professionisti ad alto reddito continuano a essere attratti dai centri delle città (e hanno naturalmente “bisogno” di una classe a basso reddito nelle vicinanze capace di garantire servizi percepiti come necessari). Ma la maggioranza degli appartenenti alla middle-class, soprattutto quando decide di espandere il proprio nucleo familiare, scappa dalla città, in cerca di case più grandi dove crescere i figli, privacy, tranquillità, buone scuole, comunità più a misura d’uomo. Magari per ritrovare quel contatto (anche parziale) con la natura che lo sviluppo verticale delle metropoli impedisce strutturalmente. Suburbia – che nasce sviluppando il concetto dichiaratamente progressista di garden city alla fine del Diciannovesimo secolo – sembrerebbe un compromesso tutto sommato decente tra urbano e rurale, soprattutto in un’epoca di profonde trasformazioni tecnologiche che rende possibile telelavoro e mezzi di trasporto più efficienti. Eppure i sobborghi non sono mai andati giù al mondo accademico, ai pianificatori di professione e agli intellettuali in genere.

Prima sono stati il simbolo della “fuga razzista dei bianchi” dalle città multietniche, anche se ormai la percentuale di minoranze che vivono fuori dalle città si avvicina velocemente verso il 50 per cento (ed è decuplicata negli ultimi cinquant’anni). Oggi le parole d’ordine sono mutuate dalla mitologia ecologista, tanto che la riduzione dell’emissione di gas serra è diventata uno degli argomenti-chiave contro la suburbanizzazione (anche se i dati, in realtà, puntano esattamente nella direzione opposta). Questi tentativi, ovviamente, non fanno mai i conti con le preferenze individuali. Le ricerche condotte negli ultimi quarant’anni – non solo negli Usa – dimostrano che la percentuale di chi vuole vivere nelle città oscilla sempre tra il 10 e il 20 per cento. Mentre suburbs ed exurbs non scendono mai al di sotto del 50. Ma il filo rosso che unisce gli attacchi contro Suburbia nel corso degli anni è sempre lo stesso: il desiderio radicato e insopprimibile di cambiare il modo di vita scelto dalle persone. Naturalmente per il loro stesso bene.

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2018-11-12T15:16:42+00:00

Redazione

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