L’arte del pallone, soprattutto oggi, è quella dell’apparire. È di certo scovare corridoi invisibili, calciare quel rigore in modo perfetto, ma c’è dell’altro. Cristiano Ronaldo, per esempio, rappresenta il bel gioco ma anche la cura estrema del corpo. Pubblichiamo integralmente l’articolo firmato da Furio Zara sul numero sette di ‘O Magazine. Buona lettura!

In questi tempi narcisi e farlocchi, frequentati da calciatori selfie-made man; la bellezza è un valore aggiunto – come calciare i rigori o saper fare le diagonali difensive – è una voce sul curriculum, un anestetico alle critiche («Cara, avrà anche due piedi a banana ma tiene il profilo di un modello»), uno slogan che riassume perfettamente la centralità del proprio ego, sia esso quello di CR7 o di un terzino da rimorchio: non avrai altro io all’infuori di me. I calciatori di oggi sono tutti belli.

Verrebbe da dire: quando non sono brutti, sono tutti belli. Belli di una bellezza costruita a fatica, con sacrificio – ore e ore di sedute dall’estetista – con forza di volontà – quel centravanti ha rinunciato ad un cinema d’essai per farsi depilare le cosce. È una bellezza moderna e traversale, che piace alla zietta dagli ardori silenziati e alla sedicenne in tempesta ormonale. Da Umberto Galimberti – il filosofo – a Barbara D’Urso – la collega filosofa del pomeriggio – ci viene ripetuto da anni che viviamo nella società dell’immagine, per cui anche la nuova iconografia del calciatore non prevede imperfezioni, smagliature e incompiutezze.

Quando quel guappo metrosexual che risponde al nome di Cristiano Ronaldo posta se stesso di domenica mattina, nella palestra dorata della sua villa di Torino mentre sotto lo sguardo adorante della Barbie-Georgina si dedica agli esercizi addominali; mette in scena la rappresentazione di se stesso, quella che Nick Bostrom – non è un terzino del Sunderland bensì un filosofo svedese con gli occhiali tondi e un broncio artistico – chiama «Teoria della simulazione», intendendo la specie umana viva e vegeta (si fa per dire) all’interno di una realtà simulata. La dittatura della bellezza non fa sconti. È anzi funzionale al mercato. E viene il sospetto – per dire – che il suddetto Cristiano Ronaldo al tramonto della sua luminosissima carriera (ragazzi, il guappo va per i 34) abbia deciso di investire non più e non solo sul proprio talento, ma sulla sua definitiva bellezza, che poggia tronfia su un corpo oliato come un parquet in rovere, spostandosi così dalla realtà ruffiana e ingannatrice del pallone che rimbalza a quella – ben più chic e gestibile – del salotto-palestra di casa.

CR7 indossa tutti i giorni se stesso. Se ne compiace assai, e ci mancherebbe, mentre noi clicchiamo compulsivamente «mi piace» e lo facciamo ogni ora più ricco di quel che era un’ora prima. Un post del fuoriclasse portoghese vale fino a 750.000 dollari, chiedetevi ora se questa non è realtà simulata. Ma Cristiano non è un’anomalia, è più banalmente il capostipite di una batteria di colleghi che si è consegnata mani, piedi e ritocchino alle labbra alla dittatura di chi li vuole – siamo noi? davvero siamo noi? – belli a tutti i costi e a qualunque costo. Il Dante della Next Generation scriverebbe che «Fatti non foste a viver come bruti/ma per seguir Instagram e vostra demenza». Eppure c’è stato un tempo in cui il calciatore si concedeva persino il lusso di essere brutto. Rispolverare un vecchio album Panini e tornare a sfogliarlo – dita che sfrigolano di piacere – significa precipitare in un tempo antico, come il Marty Mc Fly di Ritorno al Futuro; vuol dire scivolare placidi in un’epoca di squadre che sembrano adunate di reduci. Mediani di sostegno con facce da braccianti, bruciacchiati da un sole maldestro e inopportuno mentre si offrono con orgoglio al fotografo di turno. Stopper di zigomo forte, colti dal flash della Canon come ladri in flagrante, mentre azzardano sorrisi che si aprono come ombrelli rotti.

Portieri di riserva timidi e impacciati come cugini a certe comunioni, intristiti da tute pesantissime e senza nemmeno la consolazione di un buffet verso cui rifugiarsi, consapevoli di avere il destino tra le mani – sono portieri, no? – eppure incapaci di trovare una posa che li sollevi da tutta quella goffaggine. Bei tempi. Ma anche no. Rivera con i capelli alla playmobil, Zoff ingrugnito senza un perché, Mazzola allegramente stempiato, Burgnich che a vent’anni ne dimostra quaranta, Boninsegna distratto da qualcosa fuori campo, Domenghini arruffato nei capelli e nei pensieri. Si era tutti più ruspanti, in campo e sulla poltroncina dell’hair stylist, qualsiasi cosa voglia dire. C’era meno frenesia nel volersi specchiare da qualche parte per avere certificazione della propria esistenza. Capite? Benetti non si sarebbe mai lisciato le basette come un qualsiasi esterno d’attacco della serie C.
CR7 – un nome, un marchio – si differenzia dai colleghi della giungla dell’area di rigore per il rifiuto dei tatuaggi. È una stelletta al merito, e siamo qui a celebrare questa offerta fuori catalogo.

Il fuoriclasse teme le infezioni, ha paura, è un donatore e quindi no, i tatuaggi non se li fa. La verità non è data a sapere, meglio riparare nella leggenda. Resta il fatto che mentre tutti (ma proprio tutti) i figuranti di serie A, B e C; senza alcuna distinzione di censo e di talento, dal fuoriclasse alla eterna promessa, dal veterano al trequartista con vocazione alla pirlata (Pirlo non c’entra) esibiscono corpi da Expo ambulante, in un orgia di disegni tribali, ideogrammi, date, nomi, oggetti, preghiere e maledizioni, slogan che partono dal Dalai Lama e arrivano a Fabio Volo, aforismi in latino e in dialetto pugliese. E dimenticano – ahiloro – che il tatuaggio spalmato su schiene, braccia, visi, cosce e caviglie finisce per perdere la sua primitiva valenza di trasgressione e diventa anzi marchio di riconoscibilità, un orpello decorativo come quei cari vecchi centrini che facevano bella mostra di sé nei tavoli finto legno dei tinelli italiani nei bistrattati anni ’70. Eppure c’è speranza. Oltre il bicipite oliato di CR7 c’è vita. E c’è verità. Nick Bostrom – sempre lui – qualche anno fa lanciò un allarme, come solo i filosofi sanno fare: ragionandoci sopra, senza di noi ma per noi. Argomentava di intelligenza artificiale e si chiedeva – Bostrom – se il genere umano fosse poi così certo di riuscire a governarla, tutta quell’intelligenza artificiale creata ad uso e consumo del nostro io. È in gioco la sopravvivenza della civiltà umana, spiegava lo svedese dagli occhialini tondi che pure – di calcio – sapeva il giusto, cioè poco o niente. Non aveva fatto i conti con i post di Cristiano Ronaldo e le Instagram-Stories di Zappacosta, lasciando deliberatamente a noi il compito di indovinare un’uscita.

Lo sguaiato trionfo di pettorali di calciatori che siamo quotidianamente costretti a frequentare nei social un giorno o l’altro si sgonfierà, imploderà per autocombustione di ego, evaporerà in una nuvola di connessioni internet perdute, ammuffirà in angoli dimenticati della nostra memoria per lasciar posto a nuove immagini. Ritroveremo il piacere di un volto tormentato. Perché quel terzino è pensieroso? Sta messo male col mutuo? Torneremo a ragionare di difese che difendono bene o male, anziché di centravanti che citano Martin Luther King; sposteremo di peso la realtà social-simulata per fare posto a quel campo di 70 metri per 110 delimitato da righe bianche, due porte, un pallone, ventidue che gli corrono dietro senza cercarsi negli specchi o rintanarsi dopo un gol al calduccio della telecamera. Scaveremo con le nostre mani tra i migliori ricordi della memoria collettiva per arpionare brandelli di verità. Un portiere che para, un attaccante che segna, un centrocampista che va sulla fascia, come Cristoforo Colombo verso le Americhe, sbagliando strada. L’estetica tornerà ad essere un argomento a scelta nelle interrogazioni che ci farà la vita, defilandosi dal ruolo di totem simbolico e nume tutelare del nostro quotidiano. Saremo brutti, ma in bellezza. Riscopriremo la delizia vintage del capello appiccicoso, il diletto di certe impalcature stremate da chili di gel preso in saldo; rivivremo infine quel piacere sottile che ci dava l’imperfezione, la meravigliosa imperfezione dell’uomo – facciamo anche del calciatore – che rende tutti noi meno «Cronaldizzati» e più umani, più puri, più veri.

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