Come l’acqua per i 5 stelle

Il voto, finalmente, e poi è come uscire dalla messa, come se ci fossimo tolti un senso di colpa. Ma in Italia democrazie e rivoluzioni sono scritte sull’acqua e i vincitori non sanno come governare, mentre gli sconfitti non lasciano il passo.

A sette mesi dalle elezioni, in questi giorni di valzer e sberleffi, pubblichiamo in versione integrale l’articolo firmato da Vittorio Macioce sul numero uno di ‘O Magazine. Buona lettura.

La mattina c’era il sole, poi la pioggia e sembrava non dovesse smettere mai. Non un acquazzone, veniva giù lenta, metodica, a suo modo leggera, quasi non avesse fretta, come a dire: me ne starò qui per un bel po’ perché non ho altro da fare. All’inizio non ci si faceva caso. Qualcuno pessimista o previdente si limitava ad aprire l’ombrello, gli altri continuavano a intrattenersi davanti ai bar o a piccoli gruppi nelle piazze in questa domenica sospesa e inconsueta. Si vota, finalmente, e poi è come uscire dalla messa, con quello stato d’animo di chi non sa perché si è tolto un senso di colpa, anche se non ci crede. Ognuno convinto non solo di aver fatto il proprio dovere, ma di aver dato il voto giusto, l’unico buono, l’unico salvifico, quello più onesto, più democratico, più urgente, più furbo, più saggio, più opportuno, più indignato, più cazzuto, più indispensabile, il solo con la dignità di voto e senza neppure salvare i peccatori che da quando Cristo è Cristo non sanno quello che fanno. In questa processione di teste rotonde, ormai pastorizzata dai dubbi, perfino quelli che si turano il naso giurano sulla madre di aver individuato nella lista di incapaci e impresentabili il “meno peggio”, ossia il male minore. Fuori da questa schiera restano solo i randagi, i divergenti, i democratici non praticanti, quelli a cui nessuno ha avuto voglia o coraggio di parlare e che loro, d’altra parte, non avevano voglia di ascoltare: per disincanto, perché raminghi, per ostinata aristocrazia, perché dispersi e perduti, perché perfino in questa domenica di marzo non avevano trovato un attimo libero per non lavorare. Poi tutti a guardare la pioggia. Adesso non si poteva ignorare e, per giove pluvio, cominciava pure a dare fastidio. Che è ‘sta pioggia? L’illuminazione, bagnata, è che c’entri qualcosa con il voto. Piove perché deve arrivare il governo. Piove come un messaggio dal cielo. Piove al posto dei sondaggi. Piove perché prima o poi ci sarà l’arcobaleno. Si alzano gli aruspici del “mi piace”, i sacerdoti delle alchimie parlamentari, i meteorologi della democrazia indiretta, i maratoneti del Circolo Pickwick, gli stessi a cui Dickens da sbronzo avrebbe volentieri sputato sulla testa, e ipotizzano, sentenziano, sacramentano, dottoreggiano. Va a finire che si creano vari schieramenti sull’interpretazione della pioggia. Ognuno fieramente barricato sulle proprie posizioni e ogni passo di compromesso viene segnalato come tradimento della volontà popolare, cioè della pioggia, ossia della vera natura dell’acqua. C’è chi sostiene che quest’acqua sia acqua di rinnovamento, acqua chiara, di fonte e benedetta e stia venendo giù per lavare gli antichi peccati. Altri che sia acqua sporca, avvelenata, acqua di scarico, di viscere e di pancia. O che sia acqua di amalgama, che cementa e porta avanti, certificata dai protocolli dell’Europa, fortunata in fondo, seppure come sempre bisogna fare sacrifici. O invece acqua nera, che pure se la vedi innocua non lo è, perché dentro l’acqua c’è n’è altra che nasconde il putridume e i reflussi di un passato che sempre ritorna e avversarla non solo serve per stare all’erta, ma soprattutto per riconoscersi nell’anti fogna e sentirsi vivi. Insomma, non c’è verso di mettersi d’accordo. E guai a dire che l’acqua è l’acqua e sei bagnato perché piove. Crucifige o messo al bando. Non ti resta che mettere su De André e canticchiare Dolce nera. «Acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti. Acqua per fotografie, per cercare i complici da maledire. Acqua che stringe i fianchi, tonnara di passanti. Acqua che ha fatto sera e adesso si ritira, bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente. Âtru da camallâ Â nu n’à â nu n’à».

La ruota della sfortuna

Non è l’acqua quella che conta e neppure il voto. È quello che resta dopo la pioggia che segna come cambia il tempo. Sono frammenti, immagini, pensieri, attimi rubati. Ci deve essere stato un momento in cui Matteo Renzi ha perso la bussola. Si è guardato intorno e non si è ritrovato. Gli altri ti guardano e non sei più quello su cui scommettere, ma un cavallo zoppo che puzza di sconfitta. Prima eri una simpatica canaglia, ambiziosa, ma con la fortuna negli occhi. Ora sei un arrogante, uno che suda e perde e ogni volta cerca la rivincita con un all in, giocandosi tutto, ma se ti siedi al tavolo da gioco e ti domandi perplesso chi sia il pollo, attento, perché il pollo sei tu. Deve essere andata così. Il pollo ha scoperto di essere il pollo. Il mutamento lo vedi dalle spalle. Non stanno più su, si sono incurvate, il peso dei giorni si fa esponenziale, e diventano in fretta stagioni, anni, faticose incrostazioni del tempo. Il giubbotto scuro sopra i jeans, fotografato proprio mentre lui sta votando, cade con quell’effetto un po’ patetico di un anziano che non si rassegna alla sua sorte. Eppure non è anziano. Non ne ha l’età. Come hai fatto a diventare così in fretta vecchio? Come capitano ha subìto un ammutinamento e la rissa con Bersani e D’Alema ha portato il Pd sugli scogli.

La donna è nuda

Ha 30 anni, francese, di origine iraniana, dicono sia arrivata a Malpensa alle nove meno un quarto. Berlusconi quando la vede nuda, davanti a sé, con le braccia aperte e i piedi piantati sul banco, si spaventa. D’istinto si mette le mani davanti agli occhi e poi la osserva per pochi attimi, con lo sguardo di chi non capisce, non gli appartiene. Non concepisce una donna nuda e aggressiva. È fuori dai suoi schemi mentali. Questo inesorabilmente non è più il suo tempo. La ragazza ha scritto sul petto con un pennarello nero Berlusconi sei scaduto. Sulla schiena la scritta Femen. Quando alla fine Berlusconi parla con i giornalisti l’immagine è svanita. «Non le ho detto niente, è stato come un fantasma. Ha ragione sul tempo scaduto, avevo finito di fare la fila».

Il vestito a cinque stelle

Il giorno dopo canticchi una vecchia canzone pacifista di De Gregori. «Centocinquanta stelle e più di una scintilla, in questa notte isterica che sa di camomilla, centocinquanta stelle o millecinquecento ed io che le riconto e piano piano mi addormento». Non è vero che Giggino Di Maio ha un solo vestito. È che sono tutti uguali. Completo blu, camicia bianca, cravatta azzurro polvere. I cattivi dicono che sembra un manichino. Non hanno capito nulla. È il vestito buono per il Sud. Rassicura. È familiare. Tranquillizza chi mangia rabbia. È il vaffa che porta in dote il reddito di cittadinanza. Il vestito di Di Maio è una prima repubblica rivisitata. Non è la Dc, ma da lontano ci assomiglia. È la piccola borghesia in crisi, che non ha più ideologie, che non ha referenti, che protesta, che prova rancore, che è risentita, e che cerca di darsi comunque un tono. Di Maio si mette il vestito della festa, ma vincere non significa governare.

Hazet 36, fascista dove sei?

Lo squarcio spazio-temporale si è aperto all’improvviso e ha risucchiato le opinioni all’indietro, verso gli anni ’70 e ancora prima, verso i primi anni ’20 del Novecento, biennio rosso, squadristi in camicia nera. Qualcuno ha urlato che c’è un’onda nera all’orizzonte, è pelata, è razzista, è schifosa e qualche volta indossa una divisa d’ordinanza. Attenzione, non è esattamente come quella di prima, non ha il fez e la mascella volitiva, si presenta come un virus mutante resistente agli antibiotici, ma va disciolta lo stesso. Così chi si sentiva orfano di un nemico è tornato in piazza, pronto alla guerra civile, o a qualcosa che gli assomiglia. È il tempo dell’orgoglio antifascista. Per sentirsi vero, per sentirsi puro, per sentirsi vivo. Ma i fascisti votano? Forse no. A guardare i voti di Casa Pound o di Forza Nuova davvero no. Allora non esistono? Sono una ciurma? Ti rispondono che è proprio qui l’inganno. I fascisti in quanto fascisti appunto non votano. Non sono mica democratici. Oppure votano Salvini. Salvini che si prende l’Italia dal Lazio alla Lombardia. Salvini che disarma Berlusconi. Ora gli antifascisti dicono che i leghisti sono i nuovi fascisti. Non li vedi, ma ci sono. Quello che resta, dopo la pioggia, insomma sono i fantasmi e chi li caccia. Ghostbusters. L’arma contro i fantasmi la trovi su Amazon. Costa 52 euro. Il 18 febbraio un cliente scrive: «L’ho comprata come oggetto d’arredamento. È un pezzo importante della storia italiana recente. Non è arrivata in condizioni perfette, la ganascia mostra un paio di graffi, ma credo di esser l’unico ad averla comprata per motivi estetici. Il modello è leggermente diverso da quello degli anni ’70 ma finché non ne troverò una d’epoca in ferramenta mi terrò questa». C’è un’altra chiave per combattere il razzismo. Non la trovi in piazza. Non si fida di Stato, Nazione, Fede, Classe, Popolo, Proletariato e tutto quello che agli stolti viene facile da scrivere con la maiuscola. Non si fida di chi in nome del Maiuscolo ti dice che l’io non è importante. L’io non è egoista. L’io si riconosce nell’altro e difende i suoi diritti inalienabili come fossero i tuoi. Perché se oggi minacciano te, domani potrebbe toccare a me. L’io è universale. L’io sei tu. Questa pioggia un giorno finirà. Qualcuno troverà uno scorcio di cielo tra le pozzanghere. Gli avvoltoi che scommettono sulla bancarotta italiana magari resteranno senza pasto. Sono tutti quelli che hanno aspettato questo voto solo per speculare. Non ci resta che una smisurata preghiera (ancora De André). «Recitando un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, di inesauribili astuzie, la maggioranza sta. Come una malattia, come una sfortuna, come un’anestesia, come un’abitudine. Ricorda Signore questi servi disobbedienti alle leggi del branco. Non dimenticare il loro volto, che dopo tanto sbandare è appena giusto che la fortuna li aiuti. Come una svista, come un’anomalia, come una distrazione, come un dovere». La maggioranza sta.

2018-10-09T18:15:36+00:00

Redazione

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