«Ci scusiamo per l’inconveniente ma questa è una rivoluzione». Una frase per una leggenda. Comincia così quella di Marcos. A volto coperto, per essere tutti. «Io non sono nessuno». Le stesse parole di Ulisse. La storia del Subcomandante ce l’ha raccontata Mauro Garofalo sul numero quattro di ‘O Magazine. In un momento in cui il Sudamerica è tornata ad essere una polveriera.

«W are sorry fot the inconvenience, but this is a revolution». Ebbe inizio così la leggenda del subcomandante Marcos.  Sub, “sotto”, perché il vero potere risiede nel popolo e non nel comandante. Era il primo gennaio del 1994 e nel Chiapas, la regione più povera del Messico, al confine con il Guatemala, iniziava la rivolta. Tremila indios armati, passamontagna nero in testa. Nessuno sapeva cosa li avesse portati lì. Forse solo il vento. Qualche anno prima, nella Selva Lacandona. Marcos, Maria e tre compagni sotto le foglie giganti degli alberi. Verde e terriccio umido. «Cosa facciamo?», aveva chiesto uno dei tre. Marcos fumava, le volute di fumo a spirale nel cielo. La sua attenzione era stata catturata da uno scarafaggio tra i cumuli del sottobosco, il mulinare delle zampe contro la più forte legge della Terra, la gravità. Tutto veniva attirato verso il basso. Dobbiamo alzare la testa, suggerì la donna, occhi neri, perle bianche nel sorriso. Marcos aveva tirato un’altra boccata. Dobbiamo evitare che gli uomini bevano alcol e l’uso delle droghe. Per fare la rivoluzione bisogna essere lucidi. Lo sguardo di lei fisso ai quattro nella giungla. E adesso andiamo a ballare. Era l’ultimo dell’anno. Marcos aveva guardato ai contadini, padri, madri, sorelle, gente qualunque. Come posso farne un esercito? Si era chiesto. Alle undici aveva dato il via ai festeggiamenti. Gli zapatisti festeggiavano la fine dell’anno un’ora prima della mezzanotte. Per essere avanti al governo messicano, ai capitalisti. Arrivare prima, per vincere il tempo. Fuochi, crepitio di fiamma che bruciava il viso, le coppie danzavano, nei sussurri della giungla erano solo ombre e buio. Marcos con la pipa. Maria si era avvicinata, appariva meno concentrata. Lo aveva guardato, soffermandosi sulla bella bocca carnosa, il naso diritto, le mani grandi. «Da dove vieni?», gli aveva chiesto a bruciapelo. Lui l’aveva presa per mano. Aveva scelto di non parlare di sé. Insieme si erano avvicinati al centro della radura, uno spiazzo polveroso come pista da ballo, dietro la strada verso Aguascalientes. È buona l’idea dell’alcol, le aveva risposto mentre iniziavano a muovere i piedi, leva della marcia, le gambe forti al ritmo della musica, le braccia invece, quelle servivano a sparare, e a raccogliere fiori, prendere la vita per mano. Comandare obbedendo, nessun egoismo, le scelte discusse, tra eguali. I pensieri di Marcos che si perdevano tra le note mentre Maria sorrideva, e tutto intorno a loro girava, il vortice, la forza delle idee partiva dal basso. Se non posso ballare, non è la mia rivoluzione, le parole di Emma Goldman.  Poi la vide. Una bambina scalza che mordeva una tortilla al ritmo di marimba. In quell’attimo comprese. Il passaggio ulteriore era l’istruzione. I bambini, insegnargli a leggere. Nessuno avrebbe potuto più imbrogliarli. Nessun padrone li avrebbe derubati, derisi. La piccola gli sorrise, scappò via. Il ballo finì. E lui vide. L’aria della selva, pietre grigie, centinaia d’anni e polvere. La fitta vegetazione. Acqua ovunque, il peso dell’umidità, il cristallo dei fiumi, l’intrico d’arbusti entro i quali scomparivano i giaguari e i pappagalli rossi, gialli e blu, che schioccavano i becchi. L’acqua, pensò. L’importanza dell’acqua. Essere puliti, che non era solo lavarsi le mani prima e dopo. Significava giocare pulito. Più tardi i bambini si erano addormentati. Erano rimasti gli adulti e l’oscurità, rischiarata dalle stelle che sarebbero esistite finché ci fosse stata una Terra da camminare, considerò. Fino a domani, rifletté, parola buona per i figli. A noi spetta solo proteggere. È buona l’idea ma dobbiamo fare di più, aveva ricaricato il tabacco nel fornello, gli occhi al buio. «Cosa vuoi dire?», la voce di un compagno. Li contò. Non tutti erano amici, la loro fiducia l’aveva dovuta conquistare. Marxisti, social-democratici, gramsciani, non marxisti. La giungla non conosceva distinzioni, per la Natura gli uomini non erano altro che insetti. «Formiche e scarafaggi», aveva risposto. Sguardi perplessi corsero a quell’uomo schivo, che preferiva le moto alle armi. «Che odore ha l’acqua?», aveva domandato dopo poco, scuotendo la scatola dei fiammiferi all’orecchio. «Possiamo fare il miele se ci laviamo le mani, venderlo se conosciamo quanti soldi ci daranno. Possiamo coltivare i campi, uscire da qui». E le sue mani idealmente avevano raccolto i frutti sui rami, le cascate di spuma bianca, le piramidi Maya, loro tutti, figli del popolo sterminato. «L’Occidente non capisce perché vi dovrebbe rimborsare». Questo era Marcos, pensò Maria, Non era messicano! Il pensiero attraversò la mente di Maria come una stella cadente. Ma allora chi era? E perché era lì? Secoli dopo Diogene di Sinope, che andava in giro di giorno con la lanterna accesa, nella Selva Lacandona una femmina interrogava il Fato sul vero volto dell’uomo. Una donna messicana, che odorava di selva e fuoco. Lo fissò bene, le spalle, il capo diritto. Per la prima volta Marcos aveva usato il “voi”. Noi e Loro. La seconda persona plurale linea di demarcazione, il cuore di tenebra di un Occidente che non si rassegnava alla superiorità rubata al resto del mondo. Portoghesi, spagnoli, inglesi. Cos’era successo secoli prima. In quanti erano scesi nei loro territori, sterminandoli. Ma cosa c’entrava? Oggi, qui, il tempo nuovo, accusò Maria. La fine del capitalismo violento. «Adesso era il tempo della rivoluzione», le aveva detto il vecchio Antonio prima di morire. Per un istante la donna rivide gli occhi tristi dell’anziano indio, le rughe sul volto, solchi di un campo appena arato. Marcos di rughe non ne aveva, imbracciava il mitra. Quello che posso fare è fargli vedere ciò che non sanno. Il disegno cominciava a delinearsi anche negli occhi della donna. Dentro. Il volto coperto che li avrebbe portati a domani. L’ultimo passo, pensò Marcos. L’ultimo passo era scomparire. «A loro non interessa cosa succede qui – disse – Vi guardano ma vedono solo visi differenti dai loro». La penombra gli aveva suggerito che poteva usare il passamontagna. Lo indossò. Aspirò fumo dalla pipa. L’odore acre si sparse ovunque, la fiamma crepitò illuminando lo stretto degli occhi. «Io posso diventare il vostro volto. In me si riconosceranno». Io sono Nessuno, le parole di Ulisse contro il ciclope: il governo messicano, il capitalismo. Infine, fu solo il rumore del crepuscolo, il pulsare della terra. Per il giorno della rivolta, l’Ezln di Marcos scelse il primo gennaio del 1994, entrata in vigore del Nafta (North American Free Trade Agreement), il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. Gli indios erano usciti dalla giungla. File di uomini che occupavano San Cristobal de las Casas, in testa l’uomo col passamontagna, il subcomandante: «Ci scusiamo per l’inconveniente ma questa è una rivoluzione». Una frase per una leggenda. A volto coperto. Non per oracoli. Ma così un uomo ne valeva cento, mille. Nel 1996 la leggenda di Marcos in Europa l’aveva portata Danielle Mitterand, vedova dell’ex presidente francese. Da lì era stata l’escalation della narrazione. Il mondo aveva cominciato a parlare di lui. Poi erano stati anni di lotta. Maria che lo guardava crescere e parlare in pubblico, ai media. Chi è? Chi si cela dietro il passamontagna? A caccia di scoop. Congetture ad alimentare leggenda. Marcos, sempre più spesso, se ne andava in giro in moto, per la giungla, da solo, con quel rumore metallico che lo accompagnava ovunque. Un giorno Maria lo aveva avvicinato, un capello bianco sotto il passamontagna. Quasi le avesse letto nel pensiero la sua voce era arrivata come una frustata. «Stiamo invecchiando donna, solo loro non invecchiano». E con il dito aveva indicato lo scarafaggio, forse sempre lo stesso che camminava. Nel 2004 le comunicazioni del “sub” si erano diradate. Le voci che cominciavano a rincorrersi, forse era morto, era malato, aveva contratto un’infezione ai polmoni. Il governo messicano, cosciente del potere esercitato dal mistero, aveva diramato ai quattro venti la “vera” identità di Marcos: Rafael Sebastián Guillén Vicente, nato giugno del 1957, ex professore universitario di Filosofia, figlio della media borghesia messicana. Il nome campeggiava sui tronchi degli alberi, la Selva Lacandona come la Foresta di Sherwood. Se sveli un mistero lo depotenzi, avevano pensato i burocrati. Non avevano considerato l’epica. L’immortalità dell’opera dell’uomo. Io sono Nessuno. Nel 2014 il nome di Marcos ha cessato di esistere. «Ha finito il suo tempo», ha dichiarato lo stesso subcomandante in un’intervista. Non è terminata la lotta dell’esercito zapatista. Però, da quando Marcos ha terminato il suo mandato, il mondo s’interessa meno di ciò che avviene nel Sud del Messico, dei Caracol, le giunte del buon governo, degli indios del Chiapas. Eppure scrivi di un uomo ma parli di un popolo. Voti i governi ma racconti l’autodeterminazione dei popoli. Naomi Klein, riflettendo sul portato del subcomandante per l’esercito zapatista, e più in generale, per la società civile, riportò un virgolettato del sub a Robert Collier, giornalista del San Francisco Chronicle: «Marcos è un gay a San Francisco, un nero in Sudafrica, un asiatico in Europa, un chicano a San Ysidro, un anarchico in Spagna, un palestinese in Israele, un indiano maya nelle strade di San Cristobal, un ebreo in Germania, uno zingaro in Polonia, un Mohawk in Quebec, un pacifista in Bosnia, una donna single in metropolitana alle 22, un contadino senza terra, un membro della banda negli slum, un disoccupato, uno studente infelice e, certo, uno zapatista in montagna». Per questo dovremmo continuare a parlarne. Perché se parliamo del mondo, raccontiamo di noi, direbbe Don Durito della Lacandona, lo scarafaggio che vent’anni fa decise di indossare un passamontagna sulle montagne del Chiapas e unirsi alla lotta zapatista. Le idee sollevano gli uomini dalla gravità dei giorni. Un Io che diventa Noi. Todos somos Marcos.

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