C’è chi dice no

C’è chi dice no. In pochi nel nuovo millennio riescono a pronunciare questa parola: «No». Non lo diciamo più ai colleghi, non lo diciamo più ai figli, non lo diciamo più neppure ai cani. Siamo insomma nell’epoca del «no sospeso», come il caffè che si lascia nei bar di Napoli per chi arriva dopo. Oggi è tutto un “like” e per la negazione non resta che andare in pensione.

Un’analisi curiosa, fatta sul numero otto di ‘O Magazine da Marco Pietro Lombardo.

“Che cos’è un «no»? A naso direi un apostrofo nero tra le parole «ti faremo sapere». Di sicuro, a ben vedere, la parola proibita del Nuovo Millennio. Eppure sembra così semplice: due lettere, un concetto. Neanche tanto fraintendibile, un no è un no, è una negazione, è facile. Però non sappiamo più dirlo, soprattutto non sanno più dirtelo: provate voi a pensare qual è l’ultima volta che l’avete sentito e fate un conteggio. Eppoi, siate sinceri: pensate all’ultima volta che l’avete detto. Ma siate sinceri, eh?

D’altronde: non lo diciamo più ai colleghi, non lo diciamo più ai figli (uso il plurale majestatis, si sa mai che i miei si sentano poi diffamati), non lo diciamo più – secondo l’inevitabile ricerca di fine estate – neppure ai cani. E d’altronde chi sta sopra di noi quello ormai si attende: una scodinzolata e via, senza disturbare troppo. Avere un «no» come risposta è diventato più raro della figurina di Pizzaballa, con la stessa meravigliosa sensazione dell’attesa che accompagna l’apertura di un pacchetto. E della fastidiosa realtà di qualcosa che poi non arriva mai. Avere un «no» come risposta sembra quasi diventata un’offesa, in un’epoca dove siamo tutti amici di Facebook e dunque sia mai che poi uno pare pure scortese.

Accade purtroppo tutti i giorni e da un po’di tempo, ma ormai siamo arrivati al punto che per non dire «no» esiste tutta una gradazione di «sì» che non vuole dire più nulla. Un apostrofo grigio in messo alle parole «ci sentiamo di sicuro». Parlo per esperienza personale: anni fa – quattro, cinque, ho perso il calcolo – mi sono trovato a fare un colloquio nell’ufficio di un importante direttore di giornale. Non sono un grande esperto di colloqui, però il direttore in questione accoglieva le mie parole con cenni di entusiasmo intervallati da «giusto!», «è proprio quello che penso io!», «sono assolutamente d’accordo!», «se la persona giusta per me!». Per carità, forse ho equivocato. Ma quando mi ha accompagnato all’uscita dicendomi «Tranquillo, entro una settimana ti chiamo», pensavo modestamente che fosse un «sì». Mai più sentito. Quando l’ho rivisto tempo dopo mi ha dato un “5 alto” e se n’è andato senza dire una parola, anche perché non aveva nulla da dire, se non appunto quella parolina troppo fastidiosa. La realtà infatti è che quel colloquio si era ripetuto con altre 5-6 persone e per non dire di no a nessuno è calato il silenzio: alla fine di quella serie di entusiasmi tutto è rimasto come prima.

E succede ancora, tutti i giorni, quando qualsiasi proposta, pratica, richiesta, viene accolta come se fosse la più geniale del mondo con l’invito a proseguire mandando documenti, mail o quant’altro. Tutte che cose che non riceveranno più risposta…”

Per leggerlo tutto basta sfogliare il numero otto di ‘O Magazine.

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2018-11-28T12:24:52+00:00

Redazione

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