Benvenuti a Odessa, il paradiso del falso

Tutte le strade portano in questa città dell’Ucraina dove c’è il più grande mercato europeo della contraffazione. Si chiama Settimo chilometro e i numeri sono da capogiro: oltre sessantamila addetti e duecentomila acquirenti al giorno.

A raccontarcelo, nel numero sette di ‘O Magazine, è Pierluigi Mennitti.

“In Europa orientale tutte le strade portano a Odessa, via mare e via terra, asfaltate o ferrate. Un punto di arrivo o di partenza, comunque di passaggio. Un posto obbligato per uomini e merci, commercianti e soldati, marinai e contrabbandieri. Un luogo dell’anima. Per gli ucraini, e forse ancor più per i russi, è il Sud, il mare, Aleksandr Puskin e Isaak Babel’, Caterina e Grigorij Aleksandrovic Potëmkin, Sergei Eisenstein e la rivoluzione. Ma il romanticismo, questa volta, può attendere.

«Odessa, stazione di Odessa», quasi sussurra la voce femminile trasportata dagli altoparlanti sui binari. I viaggiatori delle notti ucraine sbarcano sui marciapiedi della stazione più affascinante d’Europa, carichi di pacchi e sonno. Come ogni terminale alla fine di tutto, come ogni avamposto collocato su un Finisterrae, anche la stazione di Odessa ha i binari che sbattono contro un piazzale. Qui si arriva e al massimo si torna indietro, per proseguire, per raggiungere l’altrove (a meno che non lo si sia trovato proprio qui) bisogna imbarcarsi. Il bacino di attracco delle navi è qualche chilometro più avanti. Il mare lo respiri anche se non lo vedi. Aria già calda, impregnata di umidità e iodio. I moli del porto annunciano mete lontane: Sebastopoli, Jalta, Sochi, Costanza, Varna, Istanbul. Le navi cariche di containers, invece, importano merci da un oriente ancor più lontano.

Chi vuol capire cosa è stata la Cina della produzione seriale di beni di bassa qualità, e quindi come è iniziata la globalizzazione che dagli anni Novanta si è abbattuta sull’Europa matura, stravolgendone per sempre i mercati, deve venire fin qui ma non fermarsi sul porto, dove suggestione e malinconia, vapori che sbuffano e sirene di navi che gettano l’ancora ammaliano e ingannano. Bastano sette chilometri. Sette chilometri verso l’interno, in direzione dell’aeroporto.

Ti ci portano le immancabili mashrutke, i furgoncini adattati a mini-autobus che costituiscono l’ossatura del trasporto pubblico a Est di quella che chiamavamo Europa dell’Est. Venti minuti di tragitto attraverso una periferia fitta di casermoni sovietici, moderni centri commerciali, capannoni di aziende: vecchio e nuovo che si sovrappone senza creare armonia. È un ordinario giorno feriale ma la marshrutka è piena come un uovo di gente d’ogni tipo: giovani con gli zaini, anziane con i foulard contadini e le sporte vuote, brutti ceffi sudaticci, belle ragazze in minigonna e tacchi a spillo che paiono dirette in qualche discoteca fuori orario. Invece la meta è il più grande mercato del falso d’Europa. Si chiama, appunto, Settimo chilometro…”

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2018-11-02T15:47:08+00:00

Redazione

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