Banlieu Sarcelles, la vita sotto un hijab

Banlieu Sarcelles, la vita sotto un hijab. In questa periferia di Parigi, dove anche la lingua di Molière è cambiata a favore di un dizionario urbano, si è prigionieri di un territorio con proprie regole. L’islamismo è spesso radicale e i giovani, soprattutto le donne, sono quelli che scontano maggiormente tutto questo. Le luci di Montmartre sono solo a dieci chilometri, ma è un mondo differente che la politica fa finta di non vedere.

Il reportage è firmato da Francesco De Remigis per il numero otto di ‘O Magazine.

“Il passo spedito per arrivare alla metro. Lo sguardo basso e la certezza che tra 25 minuti cominci la vita. C’è chi la chiama “Lifegate”. La porta che apre la strada verso la liberté, quella che dentro la banlieue non è più così scontata. Garges-Sarcelles, un lunedì mattina alle 8. Tutto comincia da qui. Con il viale della stazione preso d’assalto dagli abitanti del bacino urbano (Domont, Garges les Gonesses, Gonesse e Sarcelles) e l’attesa per la RER. La lingua di Molière è cambiata, soppiantata da uno slang che ha sostituito il francese col dizionario urbano: «Ouesh», come butta?, tutti i ragazzi tra i 14 e i 25 anni lo parlano; gli altri, più adulti, spesso rispondono con un sorriso per non sentirsi del tutto ospiti in casa loro. Anche chi indossa una cravatta e sta andando in ufficio a Parigi.
La stazione è un meccanismo di precisione: fa incontrare facce diverse come l’orologio fa incrociare le lancette. Due volte al giorno. Facce che pur vivendo a poche centinaia di metri di distanza, a Sarcelles, stanno ognuna nella propria zona. Ferme. Prigioniere di un territorio con proprie regole, come quella di non presentarsi nei palazzi del quartiere senza essere annunciati, invitati o residenti. Residence Proust. Già alle 9 del mattino, in uno degli stabili insaccati nelle arterie di Avenue Paul Valéry, due ragazzotti fanno la guardia all’accesso: «Siamo disoccupati, che vuoi che facciamo a Sarcelles? Facciamo questo, e lo facciamo gratis, vattene». Inquilini che «garantiscono la sicurezza» nei cinquanta metri d’ingresso, seduti sui gradini del portone. Salutano e interrogano chiunque passi di lì o nell’adiacente Residence Branly.
«Visti da fuori sembrano termosifoni giganti», sorride Nadine sotto l’hijab. Mamma a tempo pieno, tiene la bimba per la mano e avanza con l’altra sul passeggino. Uscendo da uno di questi palazzoni senza balconi, lei non deve spiegazioni né chiedere permesso. Niente terzo grado. Sanno che ha un marito ed esce solo per fare la spesa e portare la figlia a scuola. Si avvia all’asilo Jean Jaurés, dove la convivenza è messa alla prova. Avenue du Maréchal-Koenig. Sta diventando «insopportabile», sbottano alcuni genitori, «una situazione insopportabile». Non ce l’hanno con lei, ma con «alcuni barbuti della moschea»: quei quattro o cinque fanatici che si presentano senza invito e «senza figli» direttamente dal centro islamico. Si prodigano in «lezioni di vita» davanti alla scuola, si propongono per dei corsi di arabo e «finanche come babysitter». Un meccanismo di avvicinamento non violento che urta la sensibilità di chi col Corano non vuole avere a che fare. Specie se oltrepassa i «confini» del ghetto con l’obiettivo di influenzare vita quotidiana e abbigliamento di una città intera.
Il proselitismo spinto dell’Islam salafita è diventato una triste realtà a cui dare risposta…”.

Tanto altro sulla banlieu. Per continuare a leggere c’è il numero otto di ‘O Magazine.

Abbonati subito!

2018-11-19T12:33:55+00:00

Redazione

Via Aldo Moro 481 - 03100 Frosinone

Editore: Fondazione 262

Via Aldo Moro 481 - 03100 Frosinone