Amati succhiasangue

La passione sempre viva per i vampiri, da Vlad III a V-Wars (in arrivo su Netflix), passando per Dracula e le opere italiane

di Luca Leone

Il viaggio da Oriente a Occidente, lo scontro etnico e le credenze religiose accompagnano da sempre il mito del vampiro, reso immortale da leggende, superstizioni e rielaborazioni durate più di un millennio. Un fenomeno ispirato sì dai miti classici, ma consolidato grazie alla storia, questa volta vera, di Vlad III principe di Valacchia detto Figlio del Drago (Dracula).

Il vampiro, in particolare quello codificato da Bram Stoker nel romanzo Dracula (1897), riesce ancora oggi a registrare un gradimento di pubblico superiore a quello riservato a molti eroi classici, personaggi leggendari, supereroi.

Non è un caso che a partire dal XX secolo Dracula e i vampiri sono diventati una “presenza” familiare che affollano, con periodicità quasi costante, gli scaffali delle librerie, i palinsesti televisivi, la programmazione delle sale cinematografiche, gli schermi dei videogiochi. Che si tratti di Dracula o Twilight, Buffy o Vampire Diaries, i record di vendite e di ascolti vengono sistematicamente battuti.

L’antenato comune, Vladislav III di Valacchia Hagyak (1431-1477), noto come Vlad l’Impalatore (Vlad Țepeș in rumeno), è un personaggio controverso, condannato in perpetuo a incarnare il male per via del cattivo servigio resogli dal re d’Ungheria nelle corti di mezza Europa.

Vlad III, in realtà non meno crudele di molti suoi contemporanei e in particolare del nemico giurato Maometto II, è qualcosa di più: un eroe nazionale, un difensore della cristianità. Come spiega lo storico Matei Cazacu, le pene inflitte da Dracula sono relativamente comuni nel XV secolo, inoltre sapeva usare alla perfezione il terrore come arma politica. Se a tutto questo aggiungiamo leggende, folklore tradizionale e gusto romantico, il risultato diventa il personaggio – tra mito e immaginario – con cui “abbiamo trascorso” molte ore del nostro tempo libero.

Per fare un po’ d’ordine e ottenere un quadro d’insieme più chiaro, è interessante analizzare i numerosi spunti che Dracula e i vampiri ci restituiscono attraverso una lettura cronologica.

  1. Mostri e divinità di epoca classica

L’antichità greca e romana è ricca di mostri ed esseri straordinari. Basti pensare alle creature che popolano l’Iliade e l’Odissea di Omero, le Argonautiche di Apollonio Rodio, le Metamorfosi di Ovidio. Nelle narrazioni non mancano arpie, draghi, chimere, giganti antropofagi. A questi vanno aggiunti lupi mannari, lemuri, incubi, succubi, larve e le strix: “streghe” della stessa razza delle arpie, capaci di mutare forma e volare di notte per cercare bambini da rapire, succhiare loro il sangue e poi strappare le interiora con gli artigli. Nel Satyricon, oltre all’episodio del lupo mannaro, Petronio riporta un assalto di strigae. Ovidio, nei Fasti, le fa originarie della Marsica, in Abruzzo. Orazio, invece, nel suo trattato sull’arte poetica, le chiama lamiae e le descrive che mangiano i piccoli lasciando i corpi svuotati, apparentemente intatti.

In molti dizionari di latino, il termine strix viene tradotto con “vampiro”. Nonostante lo sforzo di molti studiosi e appassionati ad attribuire origini classiche ai vampiri, le fonti non riportano tracce di una categoria “vampirica” ben definita. Di sicuro troviamo gli spunti da cui la tradizione successiva saprà attingere per la costruzione di quello che sarà uno dei principali miti contemporanei.

Molto importanti per la successiva codificazione e caratterizzazione del vampiro sono anche le storie di cadaveri che escono dai sepolcri e interagiscono con i vivi. Le più celebri restano quella di Filinnio e Macate riportata da Flegonte di Tralle nel Libro delle Meraviglie; l’apparizione di Achille descritta da Filostrato nel dialogo Eroico; le vicende di Eutimo di Locri narrate da Pausania nel sesto libro della Descrizione della Grecia.

Singolare sono proprio queste ultime: Eutimo, un pugile vincitore di tre olimpiadi, sconfigge a suon di pugni il daimon di un eroe di Odisseo, capace di ritornare ogni anno tra i vivi per avere in pegno la più bella di Temesa. Prima dell’intervento del pugile, il mostro terrorizza così tanto gli abitanti che questi si rivolgono all’oracolo di Delfi per sapere se lasciare o no l’Italia. Interessante è l’aspetto del daimon, descritto scuro di colore, orribile alla vista, vestito di pelle di lupo.

  1. Pestilenze, redivivi e sacrifici umani nell’Europa medievale

Il Medioevo è un terreno fertile per le credenze sui vampiri, in particolare nell’area germanica e scandinavo-baltica e quelle di loro influenza, come l’Inghilterra colonizzata da Angli, Sassoni e Iuti.

Ricche di riferimenti sono le saghe nordiche. In una di queste, la Saga di Grettir (XI secolo), troviamo il termine draugr (plurale: draugar) riferito al personaggio di Glam, un uomo lupo, non-morto, decapitato dall’eroe Grettir che ne brucerà in seguito il corpo. Testi nordici relativi ai draugar, il cui tratto distintivo è il ritorno in vita con il corpo incorrotto, sono numerosi e interessanti, poiché base per molte tradizioni “vampiriche”, in particolare inglesi. Nell’XI secolo il vescovo Burcardo di Worms spiega nella guida per confessori Corrector come alcune donne trafiggano a terra, con un palo, il corpo dei neonati morti senza battesimo così da non farli tornare in vita. La stessa pratica è descritta, un secolo più tardi, nei Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, il primo storico danese.

Nella Historia rerum Anglicarum di Guglielmo di Newburgh troviamo traccia di una vera e propria epidemia vampirica. Qualche esempio: nel 1196 nella Contea di Buckingham un morto risorge il giorno dopo il seppellimento, si reca dalla moglie per ucciderla e, non contento, inizia a terrorizzare il vicinato; a Berwick esce dalla tomba un uomo crudele che vaga nel buio accompagnato da un branco di cani seminando il panico.

Questi racconti, così come le notizie tramandateci da Geoffrey di Burton nella Vita di santa Modwenna (XII secolo), confermano come fossero diffuse e radicate in Inghilterra le tradizioni e le superstizioni legate a metamorfosi in animali, a morti redivivi accompagnati da lupi, a sudari macchiati di sangue sul viso, a cremazioni, a spiriti maligni che lasciano i corpi trasformati in uccelli, a strane pestilenze.

Con il passare dei secoli queste credenze scompaiono gradualmente. Il tutto in antitesi di quanto avviene in area slava e greca, dove la diffusione del fenomeno sarà sempre maggiore nei secoli successivi. Nonostante la scarsa documentazione di epoca antica, le prime notizie del termine “vampiro” (upir’) le ritroviamo in Russia, nel 1047, riferite a un culto con pratiche sacrificali.

  1. Vlad III baluardo contro l’espansione musulmana

Nel 1463 inizia a girare tra le corti d’Europa un opuscolo stampato a Vienna dal titolo Storia del voivoda Dracula (Geschichte Dracole Waide). Il testo, messo in circolazione dal re d’Ungheria Mattia Corvino (1443-1490), va in scena con l’opera Storia del folle chiamato Dracula di Valacchia (Von ainem wutrich der hies Trakle waida von der Walachei) di Michel Beheim.

Il testo è redatto con l’obiettivo di annientare la credibilità politica e morale di Vlad III: la narrazione, spesso priva di legame logico tra i vari episodi, evidenzia il rancore e la furia omicida che il protagonista rivolge contro tutto e tutti, presentandolo ora come mostro, ora come vassallo di Maometto II. Una sorta di giustificazione utile al re d’Ungheria per motivare il suo intervento armato contro Vlad III e non contro i Turchi. Dopo il 1490 il testo perde la sua attualità politica, viene ristampato circa undici volte solo in Germania, per soddisfare i lettori che lo consacrano a successo popolare.

Vlad III (1431-1477), principe della Valacchia (voivoda nella lingua locale), è soprannominato Dracula (figlio del Drago) perché il padre, Vlad II, assume il titolo di Dracul quando entra nell’Ordine del Drago, un’organizzazione militare segreta creata per proteggere il Cristianesimo. Da fanciullo vive nella corte ottomana come ostaggio, così da permettere al padre di mantenere il trono. Questi anni sono decisivi per la formazione del giovane Dracula poiché in lui si radica l’amore per la Valacchia e l’odio verso i Turchi.

Quando torna a casa trova il padre ucciso dai rivali ungheresi e la sua terra turbata da conflitti sanguinosi. Il giovane organizza l’esercito e riconquista il regno, affinando uno stile di comando basato sulla forza e la brutalità. Vlad non tralascia la guerra contro i Turchi, ma alla lunga non riesce a competere con la potenza ottomana. L’eco delle sue vittorie giunge in tutta Europa e in molti lo apprezzano perché difensore e baluardo della Cristianità.

Un’efficace descrizione del principe la fornisce papa Pio II, suo contemporaneo: «È un uomo di corporatura bella e grande e il cui aspetto sembrava adatto al comando. Negli uomini spesso, a tal punto, differisce l’aspetto fisico dall’animo». La crudeltà nell’applicare la legge, le condanne a morte per impalamento e la determinazione nel perseguire i nemici era evidentemente nota al pontefice.

Sarà proprio la “sete di sangue” di Vlad, sommata ai racconti e alle superstizioni popolari, a ispirare a Stoker il suo vampiro immortale.

  1. I vampiri nell’Europa post-bizantina

Dalla fine del Medioevo il vrikolakas, il vampiro di tradizione greco-balcanica si diffonde in tutta Europa, soppiantando quello del folklore nordeuropeo.

Cronache e resoconti ci tramandano un essere lontano dall’immaginario contemporaneo soprattutto per l’assenza, come tratto distintivo, dell’ematofagia. Un vrikolakas può uccidere con l’alito pestilenziale o pronunciando alcune parole, ma raramente nutrendosi di sangue.

Il primo a parlare di vampiri succhia sangue è lo scienziato salentino Antonio De Ferrariis (1444-1517), che riconduce il fenomeno solo ai danni dei bambini.

Come nel resto del Mediterraneo, l’unica creatura da sempre associata all’ematofagia è la strega. Il fenomeno interessa scienziati e teologi. Una delle opere più apprezzate è il saggio De strigibus (1523) di Bartolomeo Spina, testo molto apprezzato dall’Inquisizione.

Nell’approccio alle problematiche dei morti viventi, un ruolo importante lo giocano la Chiesa ortodossa e i letterati, che suscitano l’interesse attraverso specifiche narrazioni.

Teologi e diritto canonico dimostrano un atteggiamento di ferma condanna verso il fenomeno, mentre le autorità ecclesiastiche fanno fatica a contenere la paura del popolo, che arriva spesso a forme di isteria collettiva. A complicare le cose c’è anche la convinzione che il vampiro si potesse associare alla figura dell’eretico, il cui cadavere veniva posseduto e guidato dal demonio.

Paradossalmente, a trarre beneficio da questo quadro oggettivamente complesso, sono i missionari cattolici. Pur di fare proselitismo, gli inviati di Roma non perdono occasione per colpire gli scismatici greci accusandoli di essere malati di vampirismo.

Le popolazioni locali sono dunque supportate dai religiosi cattolici, i quali fornirono linee di comportamento contro i vrikolakas. Rispetto agli ortodosssi, i cattolici non negano l’esistenza dei vampiri, ma anzi, ne chiariscono l’esistenza giustificandola o con la possessione diabolica o, come spiegava Leone Allacci (1586-1669), con la presenza di anime purganti condannate a restare nei cadaveri.

  1. Paura nel secolo della ragione

Il XVIII secolo si apre con una convulsa serie di avvistamenti di vampiri in tutto l’est europeo, seguito da rituali di impalamento e disseppellimento di cadaveri a cui non manca la presenza delle autorità territoriali. Sono anni in cui i numerosi progressi della scienza e della medicina, sommati al desiderio degli intellettuali di “illuminare” la mente degli uomini “ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione”, vanno a definire meglio le problematiche relative alle credenze sui vampiri.

Lo stesso Voltaire ne rimane “contagiato” e dedica loro una voce nel Dizionario filosofico. Li definisce «cadaveri che uscivano dalle loro tombe la notte per succhiare il sangue dei vivi, sia dalle loro gole che dai loro stomachi e poi tornavano nei loro cimiteri. Le persone a cui succhiarono il sangue si indebolivano, divenivano pallide e iniziavano a consumarsi, mentre i cadaveri che succhiavano il sangue prendevano peso, la loro carnagione si faceva rosea e godevano di un grande appetito. Fu in Polonia, Ungheria, Slesia, Moravia, Austria e nella Lorena che i morti poterono così gioire».

Diversi tra scienziati e teologi iniziano a studiare e raccogliere informazioni sul fenomeno. I lavori più interessanti sono le Dissertazioni sopra le apparizioni degli Angeli, dei Demoni, degli Spiriti e sopra i Vampiri, o i Redivivi d’Ungheria e di Moravia di Agostino Calmet (1672-1757), autorevole teologo francese e la Dissertazione sopra i vampiri di Giuseppe Davanzati (1665-1755), arcivescovo pugliese capace di spingersi nell’Europa centrale e orientale per analizzare le credenze che tanto attanagliavano le aree rurali.

Il dibattito sulla presenza dei vampiri arriva a coinvolgere anche l’imperatrice Maria Teresa d’Austria interessata a normare e mettere fine alla questione. Dopo aver inviato a investigare il suo medico personale ed essersi accertata dell’infondatezza del problema, approva una legge che vieta le aperture e le profanazioni di tombe. La controversia viene risolta solo sulla carta perché, di vampiri, si continua a discutere, a scrivere e a spaventarsi, soprattutto nelle propaggini meridionali dell’Impero.

  1. Il vampiro diventa aristocratico

L’Ottocento e il romanticismo codificano il mito del vampiro così come lo conosciamo oggi. Di conto loro i romantici, rivalutando il lato passionale e istintivo dell’uomo, ricercano le atmosfere buie e tenebrose, il mistero, le sensazioni forti, l’orrido e il pauroso.

Nel giugno del 1816 un gruppo di intellettuali si riunisce a Villa Diodati sul lago di Ginevra. Il tempo non è dei migliori, piove e fa freddo. Alcuni di loro, tra cui Lord Byron, Mary Shelley e John Polidori danno vita a una delle più celebri scommesse della letteratura: scrivere un racconto fantastico da leggere nelle notti successive e confrontarlo con quello degli altri. Mary Shelley scrive Frankenstein, Lord Byron La sepoltura, John Polidori Il vampiro.

Lord Ruthven, il vampiro di Polidori, benché prenda vita in Grecia si distacca dai vrikolakas della tradizione perché aristocratico, affascinante, intelligente, capace di sedurre le donne con malvagità diabolica.

A ispirarsi a Polidori fu anche E.T.A. Hoffmann, che nel racconto breve Vampirismo (1828) presenta la figura della donna vampiro associandola alla necrofagia.

Interessanti variazioni sul tema sono presenti nella novella Il Vij di Nicola Gogol (1835), nei racconti Clarimonde, la morte amoreuse (1836) di Teofilo Gautier e La Storia vera di un vampiro (1894) di Eric Stenbock, nel poema epico i Canti di Maldoror (1868) di Lautréamont.

Oltre che per la letteratura, l’argomento diventa spunto per la musica e il teatro già dal 1801 quando A. De Gasparini mette in scena a Torino l’opera Il vampiro.

La sera 30 luglio 1825, invece, viene rappresentata al Teatro Fiorentini di Napoli la commedia in cinque atti di Giovanni Carlo Cosenza Il vampiro. Il testo, come spiega lo stesso autore, è ispirato alla Dissertazione di Giuseppe Davanzati e vuole «smascherare il pregiudizio de’ Vampiri».

Due anni più tardi Prosper Mérimée inserisce in La Guzla (1827), un centone di composizioni liriche popolari, alcune ballate dedicate ai vampiri. Lo stesso Mérimée dichiara in più occasioni di essere stato testimone oculare, dieci anni prima, di un caso di vampirismo in Serbia.

Nel 1848, presso il teatro San Carlo di Napoli viene proposto il balletto Il vampiro, diviso in prologo e cinque quadri, scritto e diretto da Salvatore Taglioni su musica di Nicola Gabrielli. Nel 1860, per la Scala di Milano, Giuseppe Rota scrive un ballo fantastico in cinque atti, musicato da Paolo Giorza, con lo stesso titolo.

L’Italia si dimostra terreno fertile anche nella narrativa. Nel 1869, tre anni prima di Carmilla di Le Fanu e ventotto prima del Dracula di Stoker, l’emiliano Franco Mistrali (1833-1880) pubblica il romanzo Il vampiro. Definita dall’autore una “storia vera”, è ambientata tra San Pietroburgo e Monaco. A rendere avvincente la trama ci pensano alchimisti, streghe, spettri e vampiri ungheresi, capaci di entrare nelle case come fumo inconsistente e poi, poggiando le labbra fredde all’altezza del cuore delle vittime ne succhiano il sangue. Per ucciderli, bisogna trapassarli con un paletto, decapitarli, strapparne il cuore e bruciarlo, cospargere quello che rimane con acqua santa.

Anche la poesia non resta immune dal fenomeno “vampirico”: Arrigo Boito (Re Orso, 1865), Amilcare Ponchielli (Gioconda, 1876) Olindo Guerrini (Il canto dell’odio, 1877), Achille Torelli (Il giovane poeta e la donna vampiro, 1878) sono solo alcuni degli autori che se ne interessano.

  1. Un romanzo consacra la tradizione

Grazie a Bram Stoker il principe Vlad III torna a nuova vita in Dracula (1897), il più celebre romanzo gotico di tutti i tempi. Fonte di ispirazione per il personaggio è l’attore Henry Irving, di cui lui lo scrittore diventa segretario e impresario. L’attore, avendo una grande presenza fisica e una voce potente, è l’ideale per interpretarne il personaggio. Irving però non appare convinto dell’idea. A questo punto Stoker cambia idea e trasforma lo spunto nel romanzo che oggi conosciamo. L’idea del romanzo matura all’autore grazie a un sogno, in una notte di marzo del 1890: «Un giovane esce, vede tre fanciulle. Una di loro cerca di baciarlo, non sulle labbra ma sulla gola. Il vecchio conte interviene con rabbia e furia diaboliche. “Quest’uomo mi appartiene. Io lo voglio”».

La scena appare nel terzo capitolo del romanzo. L’appunto del primo abbozzo è invece conservato alla Rosenbach Library di Philadelphia.

L’opera è in forma epistolare come Frankenstein di Mary Shelley e molti classici del Settecento. Attraverso pagine di diario, lettere, biglietti e telegrammi, Stoker dà al racconto un taglio moderno e coinvolgente. Inoltre, nella descrizione del vampiro, recupera dalla tradizione il potere dell’aglio, l’efficacia della decapitazione, la trasformazione in lupo. Introduce il morso sul collo rispetto a quello sul seno e ignora il fatto che un redivivo possa diffondere la peste. Rispetto al personaggio storico, il Vlad di Bram Stoker vive in Transilvania, non in Carpazia.

Fin dalla prima pubblicazione a Londra, il testo è stato un grande successo e con le sue numerose ristampe è diventato il romanzo gotico più famoso di tutti i tempi. Dracula, al pari di Frankenstein, è entrato nell’immaginario popolare segnando i secoli e il gusto di intere generazioni di lettori. Se nel romanzo troviamo poche e ambigue tracce del Dracula storico, maggiori le ritroviamo nelle opere derivate o ispirate dal romanzo dove il personaggio viene indicato spesso con il suo nome vero.

  1. Vampiri di casa nostra

Il una società complessa come quella italiana, plasmata nei millenni da miti classici, bestiari medievali e credenze popolari, il personaggio del vampiro ha trovato terreno fertile fin dai primordi della nostra letteratura. Ne troviamo esempi in un madrigale di Niccolò Soldanieri del XIV secolo e nella descrizione del castellano fatta da Benvenuto Cellini nella Vita.

Dalla fine dell’Ottocento l’interesse per gli scritti sui vampiri si diffonde in vasti strati della popolazione, in particolare tra i giovani, incuriositi dai viaggi, dal mistero e dall’esotismo raccontati dagli esploratori e dalle imprese coloniali degli italiani in terra d’Africa.

Tra i titoli che segnano l’immaginario di queste generazioni vanno segnalati: Vampiro innocente (1885) di Francesco Ernesto Morando, Il vampiro della foresta (1912) di Emilio Salgari, Il vampiro (1904) di Giuseppe Tonsi, Il dottor Nero (1907) di Daniele Oberto Marrama, Il vampiro (1921) di Giuseppe De Feo, Vampiro (1908) di Enrico Boni, Il vampiro (1917) di Vittorio Martella, Il vampiro di fez (1929) di Carlo Galasso.

Variazioni sul tema le ritroviamo anche tra i futuristi, in particolare nelle opere di Filippo Tommaso Marinetti, dove la creatura incarna l’eternità del desiderio: Destruction (1904), Le roi Bombance (1905) e Gli amori futuristi (1922), con protagonista una donna-vampira.

Il poeta anarchico Renzo Novatore (1890-1922), anche lui futurista, lascia invece tre racconti (Vampiro biondo, Il poema del male, Amplesso tragico) raccolti due anni dopo la morte nel volume Al di sopra dell’arco.

A questi scritti si possono aggiungere, per maggior completezza, i drammi teatrali Vampiro (1903) di Ettore Guidi e Il vampiro (1922) di Felice Aggio.

Il testo che attira ancora oggi l’attenzione di pubblico e critica è Un vampiro (1904) di Luigi Capuana. Si tratta di un racconto di taglio positivista dedicato a Cesare Lombroso, interessante soprattutto nel finale, dove la manifestazione del vampirismo riesce a mettere in discussione la scienza e la ragione.

  1. Il secolo breve, lungo per i vampiri

Dagli adattamenti letterari e musicali a quelli cinematografici il passo è stato davvero breve. Con la settima arte il mito di Dracula e del vampiro esplode coinvolgendo intere generazioni di spettatori, forgiando l’immaginario contemporaneo. Dopo Nosferatu (1922) di Murnau e il Dracula (1931) di Tod Browning interpretato da Bela Lugosi, è la casa di produzione inglese Hammer a caratterizzare la creatura moderna. Grazie a un’intuizione del regista Terence Fisher, il personaggio presenta per la prima volta i canini affilati e succhia il sangue dal collo, non dal cuore. L’attore Cristopher Lee, di origini italiane, aggiunge fascino sadico, sangue e quel tocco maledetto che tanto piace agli spettatori del dopoguerra.

Negli stessi anni anche in Italia si raggiungono vette superbe: I vampiri (1957) di Riccardo Freda, primo film sonoro d’orrore italiano, molto apprezzato dalla critica francese; I tre volti della paura (1963) di Mario Bava, film a episodi in cui appaiono i wurdulak, vampiri divoratori di cadaveri tratti dal folklore russo e da un racconto di Tolstoj; L’ultimo uomo della Terra (1964) diretto dal siciliano Ubaldo Ragona e interpretato da Vincent Price. Quest’ultima pellicola è un rifacimento del romanzo post-apocalittico di Richard Matheson Io sono leggenda (1954, pubblicato in Italia con il titolo I vampiri) ed è girata in una Roma deserta, tra i monumenti e le costruzioni dell’EUR.

Gli anni seguenti confermano il successo del fenomeno. Orrore e vampirismo vengono serviti in tutte le salse: giochi, film e telefilm, saghe, collane, storie per ragazzi. Italo Calvino scrive Storia del regno dei vampiri (1973), Stephen King Le notti di Salem (1975), Anna Rice Intervista col vampiro (1976), George R.R. Martin Il battello del delirio (1983), Gianfranco Manfredi Ultima notte (1987), Dan Simmons Danza macabra (1989). Ancora: Barbara Hambly Cacciatori delle tenebre (1991), Brian Aldiss Dracula, Signore del tempo (1991), Poppy Z. Brite L’anima del vampiro (1992), Kim Newman la serie Anno Dracula (1992-2010), Roderick Anscombe La Vita Segreta di Laszlo, Conte Dracula (1995), Jeanne Kalogridis la serie I diari della famiglia Dracula (1995-1997), eccetera.

Al contrario, in Romania il personaggio storico soppianta quello letterario grazie a Ceaușescu che innalza la figura di Dracula a eroe protocomunista in lotta contro il male, incarnato nei mercanti stranieri e nei capitalisti di Brașov. Un principe del popolo, duro e spietato, che agisce per il bene della sua terra. Insomma, un eroe dell’indipendenza nazionale.

Caduto il muro di Berlino e morto il dittatore, toccherà a Francis Ford Coppola omaggiare Vlad III. Lo farà sul grande schermo con il film Dracula di Bram Stoker (1992).

  1. Un altro millennio all’orizzonte

In barba ad aglio, acqua benedetta e paletti nel cuore, i vampiri superano indenni anche il Duemila. La scrittrice Stephanie Meyer li rende giovani, belli e innamorati: la saga di Twilight (2005-2008) diventa un successo e conquista i lettori giovani di tutto il mondo perché evoca suggestioni da cui sono fortemente attratti come il sesso e la morte. Sulla scia dell’autrice statunitense nascono opere “vampiriche” per tutte le età, di ogni genere e gusto.

Nel 2006, durante uno scavo nell’area cimiteriale dell’isola del Lazzaretto a Venezia, viene ritrovato il teschio di una donna anziana con infilato in bocca un pezzo di mattone. Secondo la tradizione si era di fronte a un vampiro “masticatore”, un nachzehrer. La credenza, documentata nel manuale degli inquisitori domenicani Malleus maleficarum (1486), viene spiegata da Philip Rohr nella Dissertatio historico-philosophica de masticatione mortuorum (1679): quando dalle tombe si udivano i morti masticare il proprio sudario, significava che il demonio stava per causare una grave pestilenza. Per interrompere la masticazione cadaverica era necessario esumare il morto, tagliargli la testa o mettergli in bocca una pietra, una moneta o della terra.

Il fenomeno va spiegato con la fisiologia della decomposizione. Il sudario, a causa della disidratazione del corpo, si attaccava alla bocca e al ventre e veniva quasi “risucchiato” marcendo all’interno e, quindi, non era una donna posseduta che, nutrendosi dei cadaveri vicini, raccoglieva le forze per uscire dalla tomba e diffondere la pestilenza.

Un esempio che conferma come le credenze popolari forniscono spunti agli scrittori e ai creativi per le loro opere.

A oltre dieci anni dalla scoperta dalla nostra nachzehrer l’interesse per i vampiri è sempre vivo, anzi “non-morto”. Per tutti gli appassionati l’appuntamento è su Nettflix con V-Wars. La serie, programmata per il 2019, si preannuncia molto attesa, soprattutto per la storia: una misteriosa malattia trasforma gli esseri umani in vampiri e il capo degli infetti si scontra con il suo migliore amico, il dottor Luther Swann…

2018-09-11T15:23:05+00:00

Redazione

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