A come Frosinone

Frosinone sogna di vedere in campo Cristiano Ronaldo (chissà che non se lo accaparri la Juventus o qualche altra big di casa nostra) e si gode il ritorno nella massima serie a tre anni esatti dalla prima storica promozione in A. Era il 16 maggio 2015. Stavolta è il 16 giugno.

Si vede che il numero porta bene e sulla maglia canarina è toccato a Michele Volpe, ragazzino di talento che è il presente e forse il prossimo futuro di una squadra di provincia che di Cenerentola ha abbandonato i vestiti polverosi e strappati per indossare quelli del gran ballo a corte. La scarpetta è per il piede magico di Raffaele Maiello e per quello stregato di Camillo Ciano, amici prima che compagni di squadra e che hanno firmato il due a zero della finale play off giocata nel nuovissimo stadio Benito Stirpe di Frosinone. Vittoria e serie A. Ritorno in serie A.

Tre anni fa poteva essere un caso, una meteora. Un fenomeno così effimero e fugace da dissolversi così come era comparso. Disintegrato da una tempesta solare fatta di energie più forti, più ricche, più grandi, più potenti. Ricordate? Telefonata intercettata di Claudio Lotito che dice chiaramente come non sarebbe una buona cosa la serie A del Frosinone. Bacino di utenza troppo piccolo. Lui l’ha detto. Altri lo hanno pensato. Ed è vero. Il bacino di utenza, sia chiaro. Non le buone o le cattive cose. La città non arriva a cinquantamila abitanti e la provincia non riesce a contarne cinquecentomila. Di fronte alle “grandi” scompare, in un calcio dove tanto – forse troppo – contano numero di abbonamenti in tv e altre questioni legate al dio denaro.

Eppure accade l’imprevedibile, l’inimmaginabile. Succede qualcosa di bizzarro ma non casuale. E nemmeno fortuito. Dietro c’è un percorso, un progetto. Qualcuno la chiama pianificazione, altri disegno. L’autore, però, non fa l’architetto ma è un capitano di industria. Forse è per questo che sa come funzionano le squadre.

È Maurizio Stirpe l’artefice del sogno giallazzurro. I tifosi lo venerano come i santi patroni del capoluogo, Silverio e Ormisda. Sono stati due papi, padre e figlio. Strano, stranissimo. Quantomeno curioso.

Fuori gli riconoscono il “modello Frosinone”, sintetizzato in una società solida dal punto di vista economico, che ha messo in piedi un settore giovanile promettente e in pochi anni ha realizzato un centro sportivo per allenarsi e uno stadio che ricorda tanto le arene inglesi. Un gioiellino, luogo comune ma calzante per dire che il Benito Stirpe – padre di Maurizio che per primo sognò la serie A – è esattamente come uno stadio di ultima generazione dovrebbe essere.

Il numero di abbonati, per gli abitanti che dicevamo prima, è impressionante. Oltre settemila. E per la serie A è scontato che aumentino in maniera sensibile. Non c’è stato il tracollo al momento della retrocessione, ma l’abbraccio collettivo di un popolo che ha dimostrato maturità tanto nella vittoria quanto nella sconfitta. I complimenti, in quel finale di stagione osannato come splendido esempio di fair play, arrivarono per primi da Eusebio Di Francesco, all’epoca allenatore del Sassuolo che mandò i suoi a rendere omaggio alla curva del Frosinone.

Oggi la storia continua e il presidente Stirpe ha già dichiarato come stavolta, in serie A, il Frosinone c’è andato per restarci.

2018-06-19T16:30:03+00:00

Redazione

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