Senza il loro genio la musica italiana non sarebbe la stessa. Un genio declinato in maniera diversa, eppure così totale, così rivoluzionario, così irraggiungibile. Poi, su un palcoscenico consumato dalle frivolezze è avvenuto un piccolo miracolo. Esattamente un anno fa, al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, è accaduto qualcosa di incredibile. Sul numero uno di ‘O Magazine, il primo dei cacciatori di futuro, lo aveva raccontato Marino Bartoletti, tra le voci più significative del giornalismo italiano. Soprattutto in materia di musica e di sport. Lo rileggiamo oggi integralmente, a pochi giorni dall’inizio di un nuovo festival.

È successo qualcosa d’importante quest’anno al Festival di Sanremo. Certo, ha vinto una canzone non banale che ha raccontato in musica e poesia il desiderio della normalità anche dopo una tragedia della follia (Non mi avete fatto niente). Altre buone proposte artistiche hanno nobilitato e in fondo anche reso gradevole una manifestazione che si temeva non potesse riavvicinarsi ai gusti popolari. Ma soprattutto su quel palcoscenico così consumato dalle frivolezze è avvenuto un piccolo miracolo: qualcuno c’è tornato pur non essendoci più. La sua musica e le sue parole, nascoste e ritrovate in un salvadanaio prodigioso, hanno ancora una volta incantato e commosso. E fra febbraio che finisce e marzo che inizia mi è tornato in mente un accostamento che da anni mi emoziona e mi intriga. Mi sono sempre chiesto a quante ore di distanza siano nati: Lucio D a Bologna il 4 marzo 1943 e Lucio B a Poggio Bustone il 5 marzo 1943. E quale amore potesse aver indotto i loro genitori a desiderare un bambino in quell’Italia disperata. Eppure quei due papà e quelle due mamme fecero bene a desiderarli e a confezionarli! Accipicchia se fecero bene! Mi sono anche chiesto come avrebbe fatto la musica italiana senza il loro genio (che, per restare a Sanremo, col Festival ha avuto frequentazioni molto diseguali): un genio certamente declinato in maniera diversa, eppur così totale, così rivoluzionario, così irraggiungibile. La vita è stata più avara col sabino Lucio B: 55 anni sono davvero pochi per morire. Ma è anche vero che, negli anni che gli ha concesso, gli ha regalato una fertilità forse unica. Basterebbero cinque delle sue canzoni a giustificare l’esistenza di un artista. E lui, di capolavori, ne ha scritti (per sé e per gli altri) almeno dieci volte di più: provate a fare una sua hit parade. Non ci riuscirete mai! Ogni volta ricomincereste daccapo! Io ero arrivato al punto di “fidarmi” di lui qualsiasi cosa scrivesse. Nel 1972 ero a Milano da poco tempo a cercare la mia piccola strada, mi presentai alle Messaggerie Musicali prima dell’ora dell’apertura il giorno in cui uscì il suo nuovo LP (traduco per chi non è tenuto a capire: il suo nuovo album a 33 giri). «Voglio quello che c’è lì dentro», dissi indicando il pacco di un corriere ancora sigillato a un commesso sbalordito. Lo aprì col taglierino, pensando forse che fossi matto. Me ne uscii col mio trofeo in cambio di tremila lire. Quel disco si chiamava Il mio canto libero. Provate ad andarvi a vedere il contenuto (La luce dell’Est, L’aquila, Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…). Lucio B avrebbe potuto fermarsi lì e ritirarsi imbattuto. Per fortuna non lo fece. Ci fu qualche cretino che ebbe da ridire sul Bosco di braccia tese della copertina. Malati che attribuiscono agli altri le proprie malattie. E invece era un capolavoro anche quella immagine: firmata da Cesare Monti che ora è in cielo a scattare foto con Lucio. Lucio B non lo avrebbe dimenticato quel verso sottinteso: e un anno dopo ci avrebbe cucito sopra un altro gioiello immortale, La collina dei ciliegi (all’interno del Nostro caro angelo). Contemporaneamente Lucio D incontrava il poeta Roberto Roversi: nacque Il giorno aveva cinque teste. E fu storia: e non solo della musica.

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